Caro affitti e stipendi bloccati: la corsa ad ostacoli dei docenti tra inflazione e assegnazioni provvisorie

Mentre le famiglie cercano di destreggiarsi tra le impennate dei prezzi e le bollette che non accennano a calare, c’è una categoria di lavoratori che vive questa crisi in modo silenzioso ma particolarmente penalizzante: quella dei docenti della scuola pubblica.
A lanciare l’allarme, a pochi giorni dalla scadenza del 24 agosto per le operazioni di assegnazione provvisoria, è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che invita a guardare oltre i freddi numeri dell’Istat per comprendere il dramma quotidiano di chi, per insegnare, è costretto a fare i conti con un’equazione sempre più difficile da risolvere.
I dati parlano chiaro. A luglio di quest’anno, l’inflazione annua nell’area euro ha toccato il 2,9%, mentre in Italia l’indice armonizzato dei prezzi al consumo segna lo stesso preoccupante +2,9%, con un’inflazione acquisita per l’intero 2026 che si attesta al 2,7%. Ma è quando si scende nel dettaglio delle spese essenziali che il quadro si fa davvero critico: secondo le rilevazioni ISTAT, gli energetici regolamentati sono schizzati del 14,9% su base annua, mentre quelli non regolamentati hanno fatto segnare un +10,6%. Tradotto: luce, gas e riscaldamento pesano come macigni sui bilanci familiari.
Lo scenario, già difficile per chiunque, diventa insostenibile per i docenti che prestano servizio lontano da casa.
Il problema, come spiega il Presidente del CNDDU, Romano Pesavento, non riguarda solo il costo della vita in sé, ma l’incertezza che si abbatte sulla vita di chi, costretto a spostarsi per lavoro, si ritrova a dover mantenere due abitazioni: una nella provincia di servizio durante la settimana e l’altra, spesso a centinaia di chilometri di distanza, per la propria famiglia.
Un doppio affitto, doppie utenze, doppi costi di trasferimento che, su uno stipendio da insegnante, diventano un lusso che pochi possono permettersi.
La situazione si complica ulteriormente se si getta uno sguardo al mercato delle locazioni. I dati elaborati da idealista, che fotografano le offerte pubblicate e offrono un termometro affidabile delle tendenze in atto, rivelano che a luglio 2026 il canone medio richiesto in Italia ha raggiunto i 14,9 euro al metro quadrato.
Nelle grandi città del Centro-Nord, però, la musica cambia radicalmente: a Milano si arriva a toccare i 22,4 euro al metro quadrato. Numeri che, per un insegnante, si traducono in una fetta sempre più ampia dello stipendio destinata al solo tetto sopra la testa, lasciando sempre meno margine per tutto il resto.
Ma c’è un ulteriore fattore che trasforma questa difficoltà economica in un vero e proprio corto circuito burocratico, ed è il tempo. Le operazioni di assegnazione provvisoria per l’anno scolastico 2026/2027, che riguardano i docenti di ruolo che hanno chiesto di spostarsi temporaneamente, devono concludersi entro il 24 agosto.
Per molti insegnanti, che nell’anno precedente avevano ottenuto il trasferimento e avevano potuto ricongiungersi con le proprie famiglie, l’esito di questa procedura rappresenta un vero e proprio spartiacque. Se la risposta sarà negativa, se cioè non otterranno il rinnovo dell’assegnazione, si troveranno a dover rientrare nella provincia di titolarità con pochissimo preavviso, a ridosso della campanella di settembre.
E qui sta il nodo dolente che il CNDDU vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Non è tanto il diritto alla conferma dell’assegnazione provvisoria a essere in discussione, perché si tratta di una procedura annuale per sua stessa natura, ma è il costo umano ed economico generato da questi tempi strettissimi.
Chi scopre a fine agosto di dover fare le valigie per ricominciare a centinaia di chilometri da casa si trova di fronte a una sfida quasi impossibile: cercare un alloggio in pochi giorni, in un mercato immobiliare che in questo periodo dell’anno è spesso prosciugato, pagando depositi cauzionali e anticipi che mettono a dura prova qualsiasi bilancio familiare. L’urgenza, inoltre, toglie qualsiasi margine di scelta: non c’è tempo per confrontare le offerte, né per valutare con calma la soluzione più conveniente. Si accetta quello che si trova, spesso pagando un prezzo più alto del dovuto, semplicemente perché non c’è alternativa.
L’incertezza sulla sede, come sottolinea il Coordinamento, non è solo un problema organizzativo, ma produce un costo economico reale. Minore è il tempo a disposizione per organizzare il trasferimento, più debole diventa la capacità del lavoratore di difendere il proprio reddito e di trovare una sistemazione compatibile con le proprie possibilità. Una situazione che rischia di vanificare i sacrifici fatti in passato, costringendo molti a rinunciare a stabilizzarsi in una determinata area o, peggio, a mettere in discussione la stessa scelta professionale.
Vale la pena di sottolineare, come fa il CNDDU, che questa non è affatto una questione che si esaurisce nella contrapposizione tra Nord e Sud del Paese. Anche i docenti che risiedono stabilmente nelle grandi città del Centro-Nord, dove il costo della vita è alle stelle, vivono sulla propria pelle la morsa degli affitti. Se non hanno la fortuna di possedere una casa di proprietà o di poter contare su un patrimonio familiare, si trovano a dover sostenere interamente con il proprio stipendio il costo di una locazione che diventa ogni mese più onerosa.
Ecco allora che il problema si sposta su un terreno più profondo, quello del rapporto tra reddito da lavoro, patrimonio personale e diritto alla casa. Il contratto nazionale, giustamente, garantisce uno stipendio uguale per tutti i docenti, a prescindere dalla regione in cui insegnano, riconoscendo in questo modo l’uguaglianza del valore della funzione educativa.
Ma questo principio, sacrosanto, non cancella le differenze nel reddito effettivamente disponibile dopo che si sono pagate le spese essenziali. Un insegnante a Milano o a Roma, con lo stesso stipendio di un collega in provincia di Potenza, si trova a gestire un costo della vita che è semplicemente impareggiabile.
Di fronte a questa realtà, il CNDDU invita a una riflessione coraggiosa e lungimirante. La risposta, avverte Pesavento, non può essere quella di differenziare gli stipendi in base al territorio, ma piuttosto quella di costruire le condizioni perché l’esercizio della professione sia sostenibile ovunque.
La politica abitativa, in questo senso, deve essere ripensata come una leva fondamentale per il funzionamento dei servizi pubblici. Sarebbe auspicabile, ad esempio, un rafforzamento del dialogo tra amministrazione centrale, Regioni ed enti locali per favorire la creazione di alloggi a canone calmierato destinati al personale scolastico, così come sarebbe opportuno anticipare le procedure di mobilità annuale per restituire ai lavoratori il tempo necessario per organizzare il trasferimento con meno ansia e più razionalità.
Il tema, insomma, supera largamente la dimensione puramente statistica. Riguarda il potere d’acquisto, l’accesso alla casa, la mobilità professionale, l’equilibrio familiare e, in ultima istanza, la stessa continuità didattica. Se alcune sedi, a causa del costo della vita, diventeranno progressivamente inaccessibili per gli insegnanti, sarà inevitabile assistere a una fuga verso territori economicamente più sostenibili, con conseguenze pesanti sulla stabilità delle comunità scolastiche e sulla qualità dell’offerta formativa.
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