La montagna presa d’assalto dai turisti: soccorsi da record e file come al parco divertimenti
18 agosto 2026 – ore 14:30 – File di centinaia di persone lungo i sentieri più fotografati delle Dolomiti, parcheggi esauriti, navette sotto pressione, rifugi affollati e percorsi che nei giorni di maggiore affluenza si trasformano in vere e proprie file a cielo aperto. È l’immagine di una montagna sempre più accessibile e frequentata, ma non necessariamente più conosciuta e rispettata. Nell’estate 2026 il fenomeno dell’overtourism dolomitico torna così al centro del dibattito, tra gestione dei flussi, tutela dell’ambiente e sicurezza di chi frequenta sentieri e percorsi di alta quota. A fotografare la pressione crescente sulla montagna sono anche gli ultimi dati disponibili del Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico. Nel 2025 sono state effettuate 13.037 missioni di soccorso, il numero più alto mai registrato, con un aumento dell’8% rispetto alle 12.063 operazioni del 2024. Nello stesso anno sono morte 528 persone, il 13% in più rispetto alle 466 vittime dell’anno precedente. I feriti sono stati 9.624, mentre 4.231 persone sono state recuperate illese e 140 risultavano disperse. Numeri che non possono essere attribuiti interamente ai turisti inesperti e che comprendono attività, territori e dinamiche molto differenti. Il quadro, tuttavia, segnala una pressione mai così elevata sul sistema dei soccorsi e una crescita delle attività considerate più accessibili, a cominciare dall’escursionismo, che da solo rappresenta il 43,6% degli interventi, e dalla mountain bike. È proprio questa apparente facilità di accesso a rappresentare una delle nuove sfide della montagna: più persone possono raggiungere luoghi un tempo riservati a frequentatori esperti, ma non sempre con una preparazione adeguata alle condizioni dell’ambiente alpino.
La domanda ora è: quante persone può reggere la montagna?
Il tema è tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane. Il Comune di Auronzo ha aperto alla possibilità di una gestione più complessiva delle presenze, sostenendo che l’area delle Tre Cime non possa essere considerata compatibile con afflussi nell’ordine delle 10-15mila persone al giorno. Nicola Bombassei, delegato dal sindaco di Auronzo per occuparsi dell’accesso alle Tre Cime, ha indicato come possibile riferimento una presenza complessiva nell’ordine delle 4.500-5.000 persone giornaliere, richiamando indicazioni attribuite all’Unesco. Il sistema attuale, secondo l’amministrazione, limita già a circa 700 i posti auto giornalieri in quota. Il problema, però, è quello di sommare a questi arrivi quelli provenienti dai mezzi pubblici e dagli accessi a piedi. Da qui la proposta di estendere la prenotazione anche al trasporto in autobus e di fissare un tetto complessivo alle presenze. La questione non riguarda soltanto il paesaggio. Un numero elevato di persone concentrate in un ambiente alpino significa maggiore pressione sui sentieri, maggiore erosione del terreno, difficoltà nella gestione dei rifiuti, disturbo alla fauna e soprattutto maggiore complessità nel garantire la sicurezza. Le Tre Cime continuano infatti a essere percepite da una parte del pubblico come una destinazione facilmente raggiungibile. La strada asfaltata arriva a quota 2.333 metri, il circuito classico è ben segnalato e le fotografie dei punti panoramici hanno reso l’area una delle mete più riconoscibili delle Dolomiti. Ma la facilità di accesso non elimina le caratteristiche dell’ambiente di alta montagna.
Il rischio non finisce dove termina l’asfalto
A luglio il CNSAS ha utilizzato proprio un episodio avvenuto sulle Tre Cime per richiamare l’attenzione sulla necessità di preparare adeguatamente ogni uscita. Un alpinista rimasto bloccato durante la notte sulla Cima Ovest, dopo avere incontrato difficoltà nella progressione e nella discesa lungo la via normale, è stato recuperato dall’elisoccorso e trovato illeso. Il caso è stato inserito dal Soccorso alpino in una comunicazione nazionale dedicata a costi, responsabilità e comportamento corretto in caso di emergenza. Il principio indicato dal CNSAS e dal Club Alpino Italiano è semplice: la sicurezza comincia prima della partenza. Bisogna valutare itinerario, capacità personali, condizioni meteorologiche, tempi di percorrenza e margine necessario per il rientro. In presenza di un pericolo reale o potenzialmente grave, il numero unico 112 deve essere contattato senza esitazioni. Una volta attivati i soccorsi, è fondamentale restare reperibili, non spostarsi senza indicazioni e fornire una posizione precisa. Il richiamo assume ancora più importanza in una stagione nella quale la montagna continua a richiamare un pubblico molto ampio, non necessariamente composto da escursionisti abituali.
L’ultimo bilancio annuale del Soccorso alpino
Non esiste ancora, naturalmente, un bilancio completo del 2026. Il dato annuale più recente disponibile è quello relativo al 2025, pubblicato dal CNSAS nell’aprile 2026. Nel 2025 il Soccorso alpino e speleologico ha effettuato complessivamente 13.037 missioni di soccorso, contro le 12.063 del 2024 e le 12.349 del 2023. È il dato più alto mai registrato. Le attività hanno richiesto 204.996 ore/uomo e hanno coinvolto 46.927 soccorritori, a fronte di un organico nazionale di circa 7mila tecnici. Il bilancio del 2025 parla inoltre di 528 persone decedute, 9.624 feriti, 4.231 illesi e 140 dispersi. Rispetto al 2024 i decessi sono aumentati del 13%, da 466 a 528. Tra le cause principali degli interventi figurano le cadute o scivolate, con il 45% del totale, seguite dai malori con il 14,1% e dall’incapacità di proseguire l’attività con l’8,1%. L’attività maggiormente coinvolta è l’escursionismo, con il 43,6% degli interventi, davanti a mountain bike, sci, alpinismo e ricerca dei funghi. Il dato sull’escursionismo non significa che camminare in montagna sia più pericoloso dell’alpinismo. Riflette soprattutto il numero enormemente superiore di persone che praticano questa attività. Proprio la sua apparente semplicità può però indurre a sottovalutare il rischio. Una camminata di pochi chilometri può comprendere centinaia di metri di dislivello, terreno sconnesso, tratti esposti, cambiamenti repentini del meteo e tempi di rientro molto più lunghi rispetto a quelli immaginati prima della partenza.
Agosto resta il mese più delicato
Anche il calendario degli interventi mostra quanto la pressione aumenti durante la stagione turistica. Nel 2025 agosto ha rappresentato il 17,9% delle missioni, luglio il 13,6% e settembre l’11,4%. Quasi metà degli interventi dell’intero anno si è quindi concentrata nei tre mesi estivi. È proprio durante l’estate che la montagna cambia pubblico. Alle persone che frequentano abitualmente sentieri e rifugi si aggiungono famiglie, turisti stranieri, visitatori giornalieri, ciclisti e persone attratte da una singola località diventata popolare sui social network. La tecnologia facilita l’accesso alle informazioni, ma può anche creare una falsa sensazione di sicurezza. Mappe digitali, tracce GPS e fotografie consentono di individuare con estrema precisione una meta, senza però garantire che quella meta sia adatta alla preparazione fisica di chi la raggiunge. Un percorso condiviso online non è una certificazione di sicurezza. E una fotografia che mostra una giornata di sole non può raccontare come lo stesso itinerario possa cambiare con un temporale, la nebbia o un abbassamento improvviso delle temperature.
La montagna trasformata in un punto da fotografare
È questo il secondo elemento dell’overtourism alpino. Non si tratta soltanto del numero di persone presenti, ma del modo in cui la montagna viene vissuta. Le Tre Cime sono diventate una delle immagini più riconoscibili delle Dolomiti. La loro presenza sui social ha trasformato alcuni punti panoramici in vere e proprie destinazioni autonome. Il percorso può così diventare un mezzo per arrivare alla fotografia, mentre il paesaggio viene consumato attraverso pochi luoghi altamente riconoscibili. Il fenomeno non riguarda soltanto le Tre Cime. Lago di Braies, Seceda, Alpe di Siusi e altri punti simbolo delle Dolomiti hanno affrontato negli ultimi anni lo stesso problema: una crescente concentrazione dei visitatori in aree relativamente ristrette. La Provincia di Bolzano ha ulteriormente potenziato nel 2026 le misure di gestione dei flussi nelle principali destinazioni dolomitiche. La logica è quella di ridurre il traffico privato, favorire il trasporto pubblico e distribuire gli accessi. Nel caso delle Tre Cime, la navetta 444 è stata introdotta proprio come alternativa alla strada a pedaggio.
Non è una guerra ai turisti
Il rischio, di fronte a questi numeri, è trasformare il dibattito in una contrapposizione fra residenti e turisti, oppure fra escursionisti esperti e visitatori occasionali. I dati del CNSAS comprendono alpinisti esperti, escursionisti preparati, residenti, lavoratori, ciclisti, sciatori e persone coinvolte in eventi imprevedibili: anche un frequentatore esperto può cadere, essere coinvolto in un incidente o trovarsi improvvisamente in difficoltà. Chiamare i soccorsi quando esiste una situazione di reale pericolo, quindi, non è mai un errore. Il CNSAS ha ribadito nel luglio 2026 che il timore di eventuali costi o giudizi non deve impedire di chiedere aiuto, mentre le eventuali compartecipazioni alla spesa, laddove previste, dipendono dalle normative regionali o provinciali e non vengono stabilite dal Soccorso alpino. Il problema nasce quando la tecnologia e la crescente accessibilità fanno dimenticare che la montagna conserva caratteristiche che non possono essere eliminate con una prenotazione online.
La sfida del 2026
La stagione in corso mostra quindi un passaggio ulteriore rispetto agli anni precedenti. La prima emergenza era quella delle automobili e delle code sulla strada. Oggi il sistema di prenotazione ha ridotto quella pressione attraverso un accesso programmato e un numero definito di posti. Ma il successo dello stesso sistema ha fatto emergere una domanda successiva: come gestire chi arriva con altri mezzi e, una volta in quota, si concentra sugli stessi sentieri? L’esperienza delle Tre Cime dimostra che il problema dell’overtourism non può essere risolto soltanto spostando le auto dai parcheggi alle navette. Occorre intervenire sull’intero sistema: trasporti, numero di persone, percorsi, servizi, informazione e sicurezza. La montagna può essere resa più accessibile senza essere banalizzata. Significa permettere a un pubblico più ampio di conoscerla, ma spiegando con altrettanta chiarezza che accessibilità non significa assenza di rischio. Le Tre Cime restano uno dei simboli delle Dolomiti e continueranno ad attirare migliaia di visitatori anche nella seconda parte dell’estate 2026. La domanda, ormai, non è più se la montagna debba essere aperta al turismo. È quante persone possa accogliere nello stesso momento senza perdere la propria natura e senza trasformare un ambiente alpino in un’attrazione sovraffollata.
Articolo di Francesco Antonucci




