Cultura

Phoebe Bridgers – Lost Weekend

Un lungo periodo di oltre sei anni ha separato l’uscita di “Punisher“da quella di “Lost Weekend”: come sappiamo la quasi trentaduenne bionda songwriter di Pasadena in questo periodo è stata parecchio impegnata con l’attività delle Boygenius, il supergruppo formato insieme a Julien Baker e Lucy Dacus, ma ha poi preso una lunga pausa prima di cominciare a lavorare su questo suo terzo LP.

Credit: Frank Ockenfels

Solo a fine giugno, dopo aver annunciato il suo prossimo tour, la californiana ha svelato anche i primi dettagli del suo nuovo full-length, anticipato dal singolo “Lost Boys”, unico estratto condiviso prima della release.

Prodotto dall stessa Bridgers insieme a Jack Antonoff, Ethan Gruska e Tony Berg, questo nuovo album la vede esplorare le sue relazioni passate di grande risonanza, la nascita di una nuova relazione stabile, il lutto e il distacco dalla propria fama.

Le aspettative sono davvero altissime per questo disco e ci incuriosisce tanto il fatto che comunque Phoebe ha deciso di provare anche nuove strade sonore nel suo percorso, ma l’inizio di questi oltre cinquanta minuti con “The Outside” è sicuramente dei peggiori: un uso sproporzionato del vocoder non lascia trasparire – quantomento a nostro avviso – tutte le emozioni che la voce della statunitense riesce sempre a regalare, come dimostrano anche le parti più lucide e pulite di questa stessa canzone.

Già dalla successiva e già citata “Lost Boys” le cose iniziano a cambiare, perché dopo una partenza con elementi elettronici, viene lasciato spazio a chitarra, archi e fiati che sottolineano perfettamente. con una prosperosa strumentazione. il picco dei suoi sentimenti, pur malinconici.

Il tono dolce-amaro di “The Governor’s Waltz” è evidenziato da una composizione strumentale rada fatta di chitarra acustica e piano, ma sono ancora una volta i vocals della Bridgers i veri protagonisti e verso la fine del brano appare anche un coro angelico (che ritroveremo più volte in “Lost Weekend”) che dà un tocco ancora più solenne alla canzone.

“Panorama” rimane per quasi due minuti solo strumentale con archi, fiati, synth e piano, creando un’atmosfera ambient, prima di lasciare spazio ancora a Phoebe e alla sua voce che è come sempre pura magia.

Subito dopo in “Still Standing” la musicista di Pasadena racconta della sua difficile relazione il padre Tony, morto alla fine del 2022, e lo fa sempre con la chitarra, cori angelici e un clima leggero e ricco di emotività, mentre la breve “Never Going Back Again!”, rustica e supportata dal suono del banjo, si chiude con un messaggio vocale proprio da parte del padre.

“Bobby” fa un ampio uso dell’elettronica per risultare più esaltante e grandioso; in “I Can’t Wait” inoltre la voce di Phoebe è ben supportata dai synth, tenendo alta l’emotività, lasciando poi spazio sia all’armonica (cortesia di Conor Oberst) che al banjo e dando uno spiraglio più country al pezzo, ma senza perderne in maestosità.

In “Lost Weekend” la Bridgers ha saputo esprimere un notevole range di sentimenti facendo uso di diverse possibilità sonore, che lo rendono assolutamente interessante: salvo il passo falso della opening-track “The Outside”, che preferiamo proprio dimenticare, questo disco è un lavoro forte ed emotivo e conferma Phoebe come una delle migliori songwriter della sua generazione. Difficile capire quale sarà il suo prossimo passo, ma di sicuro, quando uscirà, saremo lì pronti ad ascoltarlo molto volentieri.


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