Divieto dei social sotto i 16 anni? Crepet: “Togliere non basta, serve un’alternativa”. E poi: “Formare il pensiero critico già alle elementari”

Dieci ore al giorno trascorse sui social network rappresentano il dato medio indicato da Paolo Crepet nel corso di un’intervista a Orizzonte Scuola.
Un tempo che, secondo lo psichiatra, configura una vera e propria dipendenza, definizione già utilizzata dalla Commissione Tecnica della Comunità Europea nei confronti di molte piattaforme social.
Il paragone con la tossicodipendenza, evocato da Crepet, non si limita alla molecola ma si estende all’intera giornata del soggetto, organizzata intorno alla dose, comprese le relazioni sociali e le attività quotidiane.
L’uso prolungato dei dispositivi, come osservato dallo psichiatra, produce effetti collaterali di cui i giovani stessi spesso non si accorgono, così come chi si abitua a bere vino e poi passa al whisky senza percepire l’aumento del tasso alcolico.
Una ricognizione sul fenomeno in Italia, con dati aggiornati sull’uso dei social tra gli adolescenti, consentirebbe di verificare la corrispondenza tra le osservazioni di Crepet e la realtà statistica del paese.
Il modello altoatesino: il divieto dei social sotto i sedici anni
Un confronto tra il dibattito italiano e le esperienze internazionali in materia di limitazione dell’uso dei social per i minori è stato sollecitato da Crepet, che ha citato la tendenza di molti stati a orientarsi verso il divieto dell’uso dei social sotto i sedici anni, soprattutto nelle aule scolastiche.
L’Alto Adige, come noto, ha avviato un percorso di riflessione su questo tema, con la proposta di limitare l’accesso ai social network per i ragazzi al di sotto di una determinata età.
La posizione di Crepet, tuttavia, non si ferma al divieto: “Il problema non è questo. Il problema è che cosa metti al posto di questo”, ha dichiarato lo psichiatra, sottolineando come la rimozione di un’abitudine così radicata richieda la proposta di alternative altrettanto significative.
Un approfondimento potrebbe esplorare le esperienze concrete già avviate in alcune scuole italiane, i risultati ottenuti e le difficoltà incontrate, nonché il dibattito pedagogico sull’efficacia di un approccio proibizionista.
La formazione al pensiero critico nella scuola primaria
Una delle proposte più significative emerse dall’intervista riguarda il ruolo della scuola elementare e della scuola media nella prevenzione della dipendenza digitale.
Crepet ha indicato in questi gradi scolastici il momento decisivo per aiutare i bambini e le bambine a sviluppare proprie opinioni, proprie modalità espressive e proprie capacità di dialogo.
“Se io aiuto un bambino o una bambina ad avere proprie opinioni, proprie modalità espressive, proprie capacità di dialogo, a creare un proprio mondo, allora questa persona, quando poi traghetterà verso l’adolescenza, sarà più forte”, ha affermato lo psichiatra.
Un’analisi delle pratiche didattiche già in atto nelle scuole primarie italiane, con particolare attenzione all’educazione al pensiero critico e alla gestione consapevole delle tecnologie, potrebbe offrire spunti concreti per gli operatori del settore.
La domanda di fondo, sollevata da Crepet, riguarda la capacità della scuola di formare individui autonomi, in grado di dire no alla comodità degli strumenti digitali e di scegliere, come nello stesso esempio proposto dallo psichiatra, di fare una passeggiata senza le orecchie tappate dalla musica, ascoltando il rumore dell’argine.
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