L’AI sta divorando la memoria di internet e nessuno vuole fermarlo
Google ha sbagliato l’orario del tramonto. Non è una metafora: diversi utenti hanno segnalato che le AI Overview del motore di ricerca indicavano un tramonto già avvenuto mentre il sole era ancora alto. Un errore quasi comico, ma che The Walrus ha usato come punto di partenza per un’analisi molto più seria: l’infrastruttura che ha tenuto in piedi la memoria del web per decenni sta cedendo, e l’intelligenza artificiale sta accelerando il processo.
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Non parliamo solo di un bug fastidioso limitato al tramonto o simili. Parliamo di un sistema in cui le sintesi generate dall’AI stanno progressivamente sostituendo le fonti originali, rendendo quest’ultime sempre meno raggiungibili e, di conseguenza, sempre meno sostenibili economicamente.
Il caso più emblematico è quello di Wikipedia. I modelli di intelligenza artificiale assorbono i contenuti dell’enciclopedia direttamente nelle risposte, eliminando il bisogno di cliccare sulla voce originale. Meno traffico significa meno donazioni, e meno donazioni significano meno risorse per mantenere in vita il progetto.
È un circolo vizioso che nessuno sembra avere interesse a interrompere.
Poi c’è la storia di FiveThirtyEight, il sito di analisi dei sondaggi fondato da Nate Silver. Dopo l’uscita del fondatore nel 2023 e il licenziamento dello staff residuo entro marzo 2025, Disney ha deciso che il blog non era più un asset utile o attivo e ha cancellato l’intero archivio del sito. Anni di analisi, dati e articoli: spariti.
Non solo: c’è anche la crisi di Internet Archive, la biblioteca digitale no-profit responsabile della Wayback Machine, che ha catalogato centinaia di miliardi di istantanee da tutto il web. L’organizzazione ha riportato svariati attacchi informatici e al contempo sta combattendo anche varie cause legali: dopo una sconfitta giudiziaria piuttosto pesante, varie testate giornalistiche online hanno iniziato a bloccare i crawler della Wayback Machine. Il timore è che le pagine archiviate siano usate come materiale grezzo per l’addestramento dei modelli AI.
Sul fronte legale, un tribunale tedesco ha ritenuto Google responsabile delle affermazioni false generate dalla sua funzione di AI Overview, dopo che il sistema aveva collegato due case editrici a pratiche commerciali fraudolente senza alcun fondamento. Google ovviamente ha presentato ricorso, ma la sentenza rimane importante e impugnabile: riscrivere le informazioni in un output originale comporta responsabilità editoriale, e non quello di semplice intermediario che può lavarsene le mani.
Qualcuno si sta però muovendo in direzione opposta. La Francia ha adottato dal 2018 il motore di ricerca Qwant per l’assemblea nazionale e il ministero della difesa, impone ai dipendenti pubblici l’app Tchap al posto di WhatsApp e Signal, e la Commissione europea ha aderito a W Social, un social indipendente creato da una startup svedese. Il Parlamento europeo, con i suoi 720 eurodeputati, ha fatto lo stesso con Qwant. Come ha sintetizzato la ministra danese per la digitalizzazione, Caroline Stage Olsen: “gran parte dell’infrastruttura digitale pubblica è oggi legata a pochissimi fornitori stranieri, e questo ci rende vulnerabili”.
Il problema non è solo tecnico o economico. Senza una memoria collettiva affidabile e indipendente dai grandi player dell’AI, ogni risposta generata da un modello diventa un po’ meno verificabile, un po’ meno ancorata a qualcosa di reale. E quando anche quell’ancora inizia a cedere, come nel caso dell’Internet Archive, il rischio non è solo di non sapere a che ora tramonta il sole: è di non avere più un posto dove andare a controllare.
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