Uccisero il padre violento: per i fratelli Scalamandré corsi di formazione, lavoro e università nel carcere di Chiavari

Genova. Sono entrati in carcere meno di un anno fa, a novembre, dopo la condanna definitiva per aver ucciso il padre violento, con l’attenuante della provocazione. Simone Scalamandré, consigliato dagli avvocati Nadia Calafato e Riccardo Lamonaca, si era costituito direttamente suonando all’ingresso del carcere di Chiavari. Il fratello Alessio, che stava scontando i domiciliari, era stato portato a Marassi ma in breve tempo, grazie all’istanza dei legali Luca Rinaldi e Andrea Guido, ha raggiunto il fratello: stessa cella per loro, condivisa con un terzo detenuto, nella casa di reclusione del Tigullio, destinata a chi deve scontare una pena definitiva.
Una sorta di isola felice quella di Chiavari – per quanto poco senso abbia utilizzare quest’espressione riferendosi a un carcere – rispetto alla maggior parte delle carceri italiane. Una settantina di detenuti, tutti condannati a una pena definitiva, e l’obiettivo, non solo sulla carta, di favorire il reinserimento al termine della pena. A Chiavari le celle sono aperte praticamente durante tutta la giornata, dieci ore al giorno: i detenuti sono liberi di muoversi nella sezione e negli spazi autorizzati seppur seguendo regole ferree stabilite dalla direzione dell’istituto.
E così, in breve tempo, i due fratelli si sono iscritti all’Università, alla facoltà di Economia. Praticano molto sport, soprattutto la pallavolo che nella casa di reclusione di Chiavari è l’attività sportiva per eccellenza. Alessio è stato già ammesso al lavoro esterno in un supermercato, mentre Simone per ora frequenta corsi di formazione: ne ha fatto uno da aiuto cuoco e ne sta seguendo un altro da educatore sportivo.
La prospettiva per il maggiore dei due fratelli, condannato a 12 anni di cui ne ha scontato oltre la metà, è ottenere nei prossimi mesi la semilibertà così da poter lasciare il carcere di giorno e tornarci la sera.
Per Simone ci vorrà più tempo (è stato condannato a 6 anni e due mesi sono tutti da scontare), quasi un anno, per ottenere anche solo il via libera lavorare all’esterno del carcere. Ma Simone il suo impiego che lo attende ce l’ha già, come gli ha garantito il datore di lavoro quando si è costituito.
Nel frattempo i due fratelli, che oggi hanno 34 e 26 anni, oltre ad espiare la pena dopo un processo e un’incertezza durata cinque lunghi anni, stanno cominciando proprio dal carcere a gettare le basi per il loro futuro.




