Sicilia

Nino D’Angelo in Sicilia: «È una terra che mi ama»

Da «’Nu jeans e ‘na maglietta» ai successi più recenti, passando per cinquant’anni di musica che hanno raccontato Napoli e conquistato tutta Italia: Nino D’Angelo torna in Sicilia con «I miei meravigliosi anni ‘80… bis» con due live. Prima il 12 agosto al Teatro Antico di Taormina e poi, il giorno dopo, al Teatro di Verdura di Palermo, tra canzoni, immagini e ricordi. Il tour celebra mezzo secolo di carriera ripercorrendo i brani che hanno reso il cantautore napoletano uno dei simboli della musica popolare italiana. «Festeggio – dice Nino D’Angelo – 50 anni di carriera e ho voglia di farlo insieme al popolo delle mie canzoni».

In Sicilia per festeggiare i cinquant’anni di carriera: dal 1976 ad oggi com’è cambiato Nino D’Angelo?
«La cosa più importante che ho fatto è stata saper cambiare. Negli anni Ottanta il caschetto era diventato il mio simbolo, ma ho avuto il coraggio di toglierlo. Se vuoi restare nel tempo devi evolverti, rischiare e cambiare. È questo che mi ha permesso di essere ancora qui dopo cinquant’anni».

Farà tappa a Taormina ed a Palermo. Che rapporto ha costruito con quest’isola?
«Per me la Sicilia è come Napoli. Qui ho raccolto i miei primi grandi successi. A Palermo tutto è iniziato al Teatro Capitol. Tornai a casa dopo la nascita di mio figlio e lo conobbi solo allora. Palermo mi ha dato tantissimo e mi sento un po’ palermitano. La Sicilia è una terra che mi ha sempre amato».

C’è un ricordo di Palermo che porta ancora nel cuore?
«Franco Franchi. Era una persona straordinaria. Ricordo che una volta rubarono il camion con tutta la nostra strumentazione e fu lui a mobilitarsi per farcelo ritrovare. Grazie a lui riuscimmo a fare lo spettacolo. Era un uomo profondamente umano e rappresentava la Sicilia».

Che cosa rappresentano per lei gli anni Ottanta?
«Sono le mie radici. Quel ragazzo con il caschetto esiste ancora, solo che è cresciuto. Ho dimostrato che il successo non era nei capelli, ma nelle canzoni e nella voglia di continuare a evolvermi».

Come si costruisce una scaletta che racconta cinquant’anni di musica?
«È difficilissimo perché io non ho avuto solo canzoni di successo, ma album interi. Ai concerti, però, qualunque brano scelga, alla fine canta il pubblico. È come un grande karaoke».

Ai suoi concerti si incontrano generazioni diverse. Che effetto le fa?
«È bellissimo vedere nonni, figli e nipoti insieme. Significa aver attraversato il tempo. La famiglia è un valore in cui ho sempre creduto e ritrovarla sotto il palco è una delle soddisfazioni più grandi».

Che cosa le ha lasciato il documentario Nino. 18 giorni?
«Essere raccontato da mio figlio è stato il regalo più grande. Non immaginavo potesse realizzare un documentario così bello e umano. È un privilegio che auguro a ogni artista».

Che cosa vorrebbe lasciare al pubblico siciliano dopo i concerti di Taormina e Palermo?
«In Sicilia il concerto comincia ancora prima di salire sul palco. La gente mi aspetta già con affetto e poi canta tutto insieme a me. Io mi sento un uomo fortunato: sono partito da niente e ho ricevuto la ricchezza più grande, l’amore della gente. Quello è il vero Oscar».

Qual è l’insegnamento più importante che sente di lasciare ai giovani?
«Che bisogna continuare a desiderare. Nel desiderio c’è il senso della vita. Se smetti di desiderare, smetti anche di vivere. Le cose vanno conquistate con coraggio e passione».


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