“Marcinelle, una delle più grandi tragedie minerarie della storia europea e simbolo dell’emigrazione italiana”, perché insegnarla a scuola. INTERVISTA a Saverio Verduci

L’8 agosto 1956 è un giorno di lavoro come tanti altri per i minatori di Marcinelle, in Belgio. Poi l’inferno. A più di un kilometro di profondità scoppia un incendio nel pozzo di “Bois du Cazier”. Duecentosessantadue morti, 136 sono italiani. La tragedia di Marcinelle è stata quasi dimenticata ma oggi è il settantesimo anniversario di quel tremendo 8 agosto, giornata infernale per i minatori bruciati vivi, tremenda per i compagni di lavoro superstiti, scioccante per le famiglie che vivevano nelle baracche, vicino ai pozzi, devastante per le le mogli, le vedove del destino, per i genitori, per i figli, per le famiglie e per i compaesani dei nostri emigrati in Belgio, che attendevano notizie soprattutto dalle radioline.
Una tragedia, prima annunciata – le condizioni di grave insicurezza dell’impianto erano state denunciate più volte ma inutilmente dai lavoratori – poi dimenticata. Oggi si parla di migranti, rei di venire in casa nostra a disturbare la nostra quiete, si parla meno dei nostri emigrati, che a milioni, dal Sud al Nord, lasciarono la propria terra in cerca di fortuna all’estero, una fortuna che più volte ha vestito i panni della tragedia. E fa piacere sapere che a scuola ci sia però ancora chi ricorda e fa ricordare ai propri studenti quella strage, perpetrata sull’altare dell’Accordo Uomo Carbone in base al quale l’Italia avrebbe ricevuto degli aiuti economici sul prezzo e sulla quantità di carbone acquisita dal Belgio commisurata alla quantità di uomini italiani disposti a diventare minatori anche senza alcuna preparazione e a calarsi a centinaia di metri sottoterra a contatto con spazi angusti, pericoli e rischi concreti per la salute, come la silicosi che farà strage di lavoratori per gli anni a seguire.
Citiamo a questo proposito e in questa triste ricorrenza due esperienze, quella degli studenti dell’Ites e Liceo del Made in Italy “Barozzi” di Modena che da anni grazie all’interesse di alcuni docenti, si confrontano su quella tragedia e sul tema della sicurezza sui luoghi di lavoro anche grazie alla visione del bel film Rai “Marcinelle”, interpretato, tra gli altri, da Maria Grazia Cucinotta e Claudio Amendola e diretta da Andrea e Antonio Frazzi e disponibile su Raiplay. E quella di Saverio Verduci, un docente di lettere che insegna in Calabria e che alla tragedia di Marcinelle ha dedicato una parte del suo libro intitolato “Una città di minatori”, Disoblio Edizioni. Verduci vive a Lazzaro, una frazione di Motta San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, un comune che ha dato un altissimo tributo di vittime nelle miniere italiane e nella costruzione dei tunnel autostradali. Proprio l’altra sera si è svolto a Lazzaro un incontro pubblico sul tema per ricordare i tanti minatori calabresi che persero la vita nei cantieri di Troina in Sicilia, in due gravi sciagure raccontate nel libro di Verduci.
Gli studenti. “Mi ha colpita particolarmente il film su Marcinelle dove tante persone lavoravano tanti metri sotto terra, e che venivano trattati con disumanità e venivano pagate una miseria e poi sono morti in un incendio o intossicate per il fumo – scrive una studentessa del “Barozzi” di Modena – Questi eventi si verificano ancora oggi dove persone vengono sfruttate e inoltre molte volte non esiste quella sicurezza sul lavoro che ci dovrebbe essere. Quante volte sui giornali si parla di persone che muoiono sotto un macchinario? Sono eventi che non dovrebbero accadere nel 2026”.
Scrive un altro studente: “Un aspetto chiave che ho compreso grazie alla visione di questo film è stato l’impatto sociale che ha avuto all’interno delle famiglie dei lavoratori e che ha coinvolto tutti i familiari”.
Scrive un altro alunno: “In merito ai temi e al film che abbiamo visto in classe ho potuto capire meglio che cosa vuol dire veramente lavorare e quanto possa essere facile per un titolare sfruttare il lavoratore e per quest’ultimo non accorgersi di essere sfruttati. Infatti, come abbiamo visto nel film Marcinelle, ogni volta che si parla di condizioni di lavoro disumane ci si nasconde sempre dietro alla frase: ‘Il lavoro è così e se non lo vuoi puoi pure startene a casa’ e quindi il lavoratore alla fine penserà sempre che il datore gli stia facendo qualche favore ad assumerlo, questo purtroppo è un gioco che tanti datori tendono a fare per tenersi buoni i lavoratori. Fosse per me questi padroni che sfruttano dovrebbero essere condannati pesantemente in quanto non riconoscono la dignità di un altro essere umano”.
Questo film, scrive un’altra studentessa, “serve a denunciare il tema della sicurezza sul lavoro e se questa manca i dipendenti e i lavoratori in generale devono ribellarsi per ottenere quello che è un loro diritto in termini di prevenzione e protezione da infortuni e malattie, in quanto il lavoro dev’essere una fonte di sostentamento Sicuro e non una causa di pericolo. Per me il lavoro dev’essere sì un’attività per mantenere economicamente sé e la propria famiglia ma non deve arrecare stress o danni fisici alla persona: dev’essere un luogo sicuro e sereno per formare e apprendere nuove cose. Quando ci accorgiamo che i nostri diritti vengono a mancare bisogna farsi valere in quanto spendiamo la maggior parte del tempo e delle energie per il lavoro”.
Un’altra studentessa: “ Le conseguenze dello sfruttamento dei lavoratori possono trasformarsi anche in stragi come a Marcinelle. Ciò che mi ha colpito in particolare riflette lo stato di vita delle persone e cosa sono disposte a sopportare per portare a casa del cibo. Pensare che masse di persone si sono trasferite dalla propria patria per finire a lavorare in un ambiente non sicuro facendo turni improponibili per riuscire a guadagnare il minimo indispensabile per sopravvivere. Ma purtroppo succede spesso che certi datori di lavoro siano più interessati al profitto che al benessere dei lavoratori portandoli in alcuni casi a infortuni o alla morte Io credo che un lavoratore debba essere sempre tutelato, il lavoro non può e non deve recare danni fisici e mentali, molte persone ai giorni nostri si annullano e accettano di lavorare in condizioni pietose. In molte parti del mondo i lavoratori vengono ancora sfruttati nonostante leggi che dovrebbero tutelarli. Lo sfruttamento minorile per esempio ancora esiste. Credo che quasi tutti i paesi siano presenti lavoratori non tutelati e costretti a sopportare ingiustizie. Ci sono paesi dove ciò è normalizzato e altri dove è presente in minor misura: molte di queste situazioni non vengono divulgate per non creare scandalo e per far continuare a far girare l’economia ma è importante saper riconoscere e ricordare che il problema persiste ancora. Credo che non si parli abbastanza di queste tematiche e che anche per questo molte persone si ritrovano a viverle e a non sapere come uscirne. Film come questo aiutano a scuola a non dimenticare le conseguenze che un lavoro non tutelato può portare e a sensibilizzare su questi temi. Bisognerebbe ricordarlo tutti i giorni e impedire che queste cose continuino a succedere”.
Un’altra alunna: “Ai titolari della miniera di Marcinelle non importava delle condizioni di vita lavorativa a cui erano sottoposti i dipendenti. Bastava loro sapere quanto prendevano a fine mese. Un aspetto molto importante che se fosse stato applicato prima si sarebbero salvate molte vite: le vie di uscita non erano facilmente accessibili e ciò ha portato i minatori a non avere via di scampo dalle miniere”.
Molti studenti, a quest’ultimo proposito, nelle loro produzioni richiamano la recente tragedia di Crans-Montana che li ha colpiti molto. “È spaventoso – scrive un’altra studentessa che torna con il pensiero alla tragedia dell’8 agosto del 1956 – il pensiero di poter finire in queste condizioni per situazioni a volte incontrollabili. In conclusione, questo tema è di grande importanza e dovrebbe coinvolgere di più la nostra società”.
Gli scritti sono davvero tanti. In tutti, anche in quelli che tralasciamo, traspare una grande sensibilità e una partecipazione sincera al dolore che ha colpito tanti lavoratori e tante famiglie, ma anche sul tema dell’emigrazione. Un fenomeno che sconvolse il nostro Paese e che nel 1947 spinse Carlo Sforza, ministro degli Esteri nel terzo governo De Gasperi, viste le tragiche condizioni economiche dell’Italia dell’epoca, a rimarcare con una celebre frase “la dolorosa ma assoluta necessità dell’emigrazione”.
Il professor Saverio Verducci ha 46 anni insegna lettere, di ruolo presso l’Istituto comprensivo statale “De Amicis-Bolani” di Reggio Calabria. È uno storico ricercatore, socio della Deputazione di Storia Patria della Calabria, otto pubblicazioni all’attivo, tutte di storie del territorio.
Professor Saverio Verduci, da dove nasce la sua passione per la storia dei minatori?
Nasce, fin da quando ero piccolo, dal luogo dove abito, soprattutto perché molte volte le persone anziane mi raccontavano vicende del passato, storia e leggende, e io restavo affascinato da questi racconti. Alla scuola media la mia insegnante di lettere portava noi alunni spesso a visitare i luoghi della cultura, musei, parchi archeologici, facendoci conoscere la storia della nostra terra. Sono rimasto molto affascinato quando abbiamo avuto come classe la possibilità di partecipare a un progetto inerente la storia del mio paese, Lazzaro, una frazione di Motta San Giovanni in provincia di Reggio Calabria. E fu proprio in quell’occasione che io conobbi la storia della venuta di Cicerone presso l’antica Leucopetra, il nome antico di Lazzaro. Fu in quell’occasione che io conobbi l’amico di Cicerone, Publio Valerio. Fu ancora in quell’occasione che io visitai per la prima volta la fortezza di Santo Niceto, una fortezza bizantina, unica nell’Italia meridionale. E fu anche in quell’occasione che io iniziai a sentire parlare di minatori e delle loro tristi storie e della malattia silicotica nel Comune di Motta San Giovanni.
Qual è stata la sua formazione?
Dopo il liceo scientifico, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di lettere e filosofia presso l’Università di Messina al corso di laurea in lettere, indirizzo storico artistico. Durante il mio studio universitario ho continuato a seguire e a documentarmi sulle vicende storiche del mio paese e dell’intera Calabria. Mi sono laureato infatti con una tesi in storia romana inerente la Calabria nello spazio Mediterraneo in epoca romana, produzioni, rotte e commerci. Subito dopo la laurea ho conseguito il primo corso di perfezionamento post laurea in studi storico filologici e un secondo perfezionamento in studi storico religiosi presso la medesima università. A distanza di qualche anno ho frequentato e conseguito il master di specializzazione in architettura e archeologia della città classica presso la Scuola di Alta Formazione in architettura e archeologia delle città classiche dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Da quanto tempo insegna?
Da 10 anni. Dopo 4 anni di precariato sono entrato in ruolo. Collaboro inoltre a titolo di docente esperto esterno con vari istituti comprensivi ad attività e progetti di studio ricerca storica. Sono anche direttore della collana “Leucopetra Studi storici calabresi” della Pace Edizioni. Sono anche socio dell’Associazione minatori del Comune di Motta San Giovanni nella quale insieme a tutti gli altri soci mi occupo dello studio, della ricerca e della divulgazione attiva di quella che è la storia triste sfortunata dei minatori di Motta San Giovanni verso i quali le giovani generazioni hanno sicuramente il dovere e l’obbligo morale di conoscere quei sacrifici che hanno consentito loro di vivere lo stato di benessere attuale. L’associazione infatti dispone anche di un grande archivio documentale ricco di tanti documenti utili per meglio conoscere un pezzo particolarmente importante della storia non solo calabrese ma italiana contemporanea.
Da una parte gli interessi dello Stato. Dall’altra parte cittadini in cerca di riscatto, anzi di sopravvivenza. L’accordo “Uomo carbone” fu un appello che molti disperati accolsero come una grande opportunità ma che per i minatori di Marcinelle si trasformò in una condanna a morte.
La strage di Marcinelle è una delle più grandi tragedie minerarie della storia europea e allo stesso tempo rappresenta un simbolo doloroso della storia dell’emigrazione italiana del secondo Dopoguerra. L’8 agosto 1956 la notizia della tragedia arrivò a Motta San Giovanni, che viveva al pari degli altri comuni del territorio nazionale, una situazione di miseria e di povertà. Ecco quindi che purtroppo non restavano altre vie d’uscita per poter vivere se non quelle di lasciare la propria terra e inseguire i sogni dello sviluppo economico e sociale che iniziavano ad apparire all’orizzonte. Fu così quindi che da Motta San Giovanni molti giovani lasciarono la propria terra e i propri affetti per intraprendere questa nuova avventura che avrebbe portato alla nascita di una nuova Italia, andando a lavorare nei cantieri delle nuove opere pubbliche che via via sorgevano non solo nel nostro Paese ma anche all’estero. Infatti a partire dal 1946 l’Italia stipulò uno scellerato accordo con il Belgio con il quale l’Italia si impegnava a inviare 2000 operai a settimana in Belgio nelle miniere e il Belgio dal canto suo s’impegnava a ridurre il prezzo del carbone per l’Italia. Fu questa una delle tante cause che portarono alla morte di ben 136 minatori italiani su 276. Fu questo il prezzo pagato a Marcinelle. Parallelamente anche all’interno della nostra nazione iniziano a sorgere importanti cantieri, come negli Abruzzi, in Valle d’Aosta, in Veneto, in Sicilia.
La Sicilia ci riporta a due paurosi precedenti, che hanno sconvolto il suo paesino e che lei ha ricostruito e ricordato nel suo libro “Una città di minatori”
La storia dei nostri minatori fu segnata, ahimè, da grandi sciagure. La prima avvenne il 5 dicembre del 1950 presso Troina, contrada Candela, in provincia di Enna, dove si stava avviando la costruzione di un’imponente diga di sbarramento nei cantieri della Sogene per la diga di Ancipa. Nel corso della notte un forte boato scosse profondamente il paese di Troina e i paesi limitrofi. Una fortissima esplosione nella quarta finestra uccise 13 persone, tra cui il mottese Carmelo Verduci che in un vano tentativo, comprendendo la gravità di quanto fosse successo, si gettò nel tunnel nella speranza di salvare alcuni compagni ma solo dopo pochi metri cadde al suolo ucciso dalle esalazioni di grisou. Alcuni giorni prima gli operai avevano fatto sciopero per chiedere una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro.
Come a Marcinelle
Esatto, proprio come quello che sarebbe successo nel 1956 a Marcinelle, è un parallelo. Intanto due anni dopo, il 4 marzo 1952, una nuova sciagura mortale colpisce altri minatori presso il pozzo B. Ci fu un forte scoppio in galleria: tre gli operai muoiono sul colpo e altri otto restano feriti e trasportati d’urgenza in macchina presso l’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Due di questi otto moriranno e anche in questa occasione dobbiamo registrare un grande contributo mortale di alcuni cittadini di Motta San Giovanni. Perdono infatti la vita tragicamente sul corpo i mottesi Perdono la vita tragicamente durante i lavori i nostri compaesani Carmelo Triolo, Domenico Verduci, Pietro Scagliola, Francesco e Paolo Minniti. Tra gli otto feriti ricordiamo i nostri minatori Demetrio Branca, Francesco Riggio, Demetrio Greco e Francesco Minniti. Il fratello di Demetrio Branca, Damiano, si salva miracolosamente da quella strage, poiché quel giorno essendo indisposto non si era recato sul cantiere di lavoro.
Ma la storia si ripete ancora. L’Italia è avviata alla ricostruzione, le condizioni di lavoro nei cantieri disseminati lungo la Penisola non sono certo al top. La morte è sempre dietro l’angolo. È così?
La storia si ripeterà tragicamente lungo i cantieri della Salerno-Reggio Calabria dove un operaio, Pietro Legato, si salvò per caso dopo tre giorni che era rimasto sepolto per un un crollo a Scilla. Dobbiamo registrare 35 morti solo tra gli abitanti di Motta San Giovanni, nelle sciagure sul lavoro e circa 600 vittime di malattie professionali tra le quali la silicosi, analogamente a Marcinelle. Consideri che in una sola notte nel periodo di Natale morirono 5 grandi invalidi del lavoro per silicosi polmonare che, a partire dalla fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, è sicuramente la causa di morte maggiormente presente nei registri degli atti di morte comunale. A partire da queste stragi si è avvertita la necessità di modificare notevolmente la legislazione in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e di tutelare sempre più quella che era la più umile tra le classi dei lavoratori.
Le autorità nazionali non sono state insensibili al tributo di morte portato dal suo paese
Le autorità si sono ricordate del paese di Motta e proprio in virtù della portata del fenomeno migratorio è stato onorato dalla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che giunse a Motta San Giovanni su invito del sindaco Benedetto Mallamaci per il conferimento della cittadinanza onoraria.
Lei ha raccontato il ruolo delle mogli dei minatori, “le vedove del destino” che in assenza dei mariti assumevano il ruolo di capofamiglia.
Nel raccontare la dolorosa storia di questi valorosi uomini non si può certo fare a meno di parlare del ruolo della donna, che rappresenta sfortunatamente la vedova del destino, colei che in assenza del marito ne assume antropologicamente e socialmente tutti i ruoli. È lei che lavora nei campi, è lei, con la sua grande forza, con il suo grande animo, che porta avanti la famiglia. È lei che si occupa dell’educazione dei figli, di tutti quei figli che hanno avuto la fortuna, grazie ai sacrifici dei loro padri, di potere studiare, di potersi diplomare e laureare. Quella donna che assiste il marito nella sua ultima fase della vita con una bombola d’ossigeno e con una mascherina sul volto e con un petto che si gonfia e si sgonfia sempre con più difficoltà. Quella donna che ha potuto gioire del ruolo di madre ma che non ha potuto gioire purtroppo del ruolo di moglie.
Come rispondono gli studenti a queste sollecitazioni?
Il mondo della scuola svolge un ruolo particolarmente importante e ha una grande responsabilità, che è quella di fare conoscere l’identità storica e di tramandare la memoria, perché senza memoria e senza identità siamo destinati a creare studenti di oggi e futuri dirigenti domani privi di quella parte di coscienza morale che risponde alla domanda: chi siamo? Io, in qualità di docente e di storico parallelamente ai programmi istituzionali previsti dalle Indicazioni nazionali ministeriali
includo sempre l’approfondimento di storia locale. Nel caso della storia dei minatori per esempio collaboro all’attività di progetto proprio con l’associazione minatori del Comune di Motta San Giovanni. I ragazzi infatti lavorano con attività laboratoriali che prevedono anche l’uso delle moderne tecnologie informatiche con specifici argomenti di approfondimento e ne sono particolarmente entusiasti e collaborativi. A questo proposito mi consenta di ringraziare la professoressa Paola Spanò, presidente dell’Associazione Minatori Mottesi, e il mio dirigente scolastico, dottor Giuseppe Romeo, per la grande possibilità e per la grande apertura da sempre dimostrata verso la storia del territorio.
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