Crisi migranti Ceuta 2026: perché il Marocco ha aperto i confini
Quando, nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, migliaia di persone hanno attraversato a nuoto il confine tra Marocco e Ceuta, a Madrid la sensazione di déjà-vu è stata immediata. Cinque anni fa, nel maggio 2021, la stessa frontiera fu attraversata in poche ore da migliaia di persone, dopo che le autorità marocchine allentarono deliberatamente i controlli, spingendo Madrid a schierare l’esercito. Oggi il bilancio è molto più drammatico. Secondo il ministero dell’Interno spagnolo sono almeno 67 i corpi recuperati tra il lato spagnolo e quello marocchino della costa, ma altre fonti parlano di un numero superiore, vicino agli 80; nel frattempo oltre 48mila persone risultano già rimpatriate, su un totale di arrivi che ha superato le 60mila unità. La domanda che si fanno analisti e diplomatici è la stessa di allora: perché proprio ora? E soprattutto, dato che nel 2021 il “ricatto” funzionò, cosa vuole ottenere Rabat questa volta?
Cinque anni fa il detonatore fu l’ospedalizzazione in Spagna di Brahim Ghali, leader storico del Fronte Polisario, il movimento che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale dal Marocco. Il gesto di Madrid fu percepito a Rabat come un affronto diretto, e la risposta fu l’apertura temporanea della frontiera. Le conseguenze arrivarono nei mesi successivi, e furono tutt’altro che simboliche. Nel marzo 2022 Pedro Sánchez inviò una lettera al re Mohammed VI in cui la Spagna, per la prima volta, riconosceva il piano di autonomia marocchino come “la base più seria, realistica e credibile” per risolvere la disputa sul Sahara Occidentale: un vero voltafaccia rispetto alla tradizionale neutralità spagnola sul dossier, ereditata dal passato coloniale. Da quel gesto discese tutto il resto. Nel maggio 2022 i due governi annunciarono la riapertura graduale dei valichi di Ceuta e Melilla, chiusi da oltre due anni, a partire dai passi del Tarajal e di Beni Enzar, prima per i cittadini con diritto di circolazione Schengen, poi per i lavoratori marocchini essenziali all’economia delle due città autonome.
Sul fronte della pesca, invece, il quadro resta più ambiguo e conteso: l’accordo UE-Marocco, che regola l’attività di decine di pescherecci spagnoli anche nelle acque prospicienti il Sahara Occidentale, è stato più volte impugnato davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea dal Fronte Polisario, secondo cui è illegittimo perché coinvolge un territorio non riconosciuto come marocchino dal diritto internazionale, un contenzioso ancora aperto, che rende quell’intesa tutt’altro che stabile. Il messaggio complessivo, però, é che la leva migratoria a Ceuta e Melilla può essere attivata e disattivata da Rabat per ottenere risultati concreti sul dossier che più gli sta a cuore.
Ciò che rende il 2026 diverso è che stavolta non c’è un detonatore altrettanto evidente. Lo ha sottolineato il 1° agosto Irene Fernández Molina, docente di relazioni internazionali all’Università di Exeter ed esperta di Maghreb, spiegando che la crisi arriva paradossalmente in un momento che i due governi avevano più volte definito di “luna di miele” nelle relazioni bilaterali, senza i mesi di tensione crescente che, invece, avevano preceduto quella del 2021.
La stessa docente ha collegato la crisi al riconoscimento, deciso a dicembre dall’amministrazione Trump, della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, che da allora avrebbe spinto Rabat a intensificare le pressioni su vari partner, Spagna inclusa, perché seguissero la stessa linea. Pur ammettendo, però, che su questo la posizione spagnola non è cambiata di recente. Un elemento che rende meno immediato un nesso diretto con la crisi in corso.
Sempre secondo Fernández Molina, l’ipotesi che gli Stati Uniti abbiano un ruolo diretto nel destabilizzare il governo Sánchez andrebbe considerata “troppo elaborata”, dato che Rabat ha sempre trovato nell’esecutivo spagnolo un interlocutore fin troppo allineato ai propri interessi. Per lo stesso motivo, la docente si è detta scettica anche sul fatto che l’obiettivo immediato di Rabat sia riaprire la questione della sovranità su Ceuta e Melilla. Una rivendicazione storica, mai abbandonata dal Marocco fin dalla decolonizzazione, ma tacitamente accantonata come priorità fin dai tempi di Mohammed VI, verosimilmente perché il dossier del Sahara resta comunque il primo, non ancora chiuso, e Rabat difficilmente aprirebbe un secondo fronte territoriale prima di aver consolidato quello principale.
Una lettura più assertiva è quella di Cristina Mas, giornalista specializzata in politica internazionale, secondo cui il Marocco “utilizza la propria gente per ottenere un tornaconto politico ed esercitare pressioni”. Mas ricorda che non è la prima volta che Rabat impiega i migranti come leva diplomatica, ed esclude che dietro l’episodio ci siano le reti di trafficanti: a suo dire operano soprattutto nella tratta via mare e non potrebbero spiegare immagini di massa possibili solo con un allentamento deliberato dei controlli marocchini.
Tra le cause possibili, Mas indica la gestione dello spazio aereo sahariano e, soprattutto, la visita di Pedro Sánchez ad Algeri, avvenuta dieci giorni prima dello scoppio della crisi. Un viaggio che ha suggellato la normalizzazione dei rapporti tra Madrid e Algeria, rotti dal 2022 proprio in risposta al cambio di posizione spagnola sul Sahara, e ora in fase di ricostruzione anche sul piano energetico. Per Rabat, un riavvicinamento tra Madrid e il suo storico rivale regionale, che sostiene il Fronte Polisario, potrebbe rappresentare un motivo di irritazione.
A questo si aggiunge un’altra ipotesi: la proposta di legge del governo Sánchez per facilitare la nazionalizzazione dei cittadini saharawi nati sotto l’amministrazione spagnola (quando era una colonia spagnola e i loro discendenti diretti), che potrebbe essere letta a Rabat come un gesto di sostegno indiretto alla causa indipendentista. Anche qui, però, non è chiaro in che modo la misura danneggerebbe concretamente gli interessi marocchini. La stessa giornalista va oltre, sostenendo che pensare che il Marocco abbia agito senza il via libera di Washington sarebbe “un po’ naïf”, e prevede che si scoprirà solo in futuro cosa la Spagna avrà concesso in cambio di una rapida soluzione della crisi.
Ed è proprio qui che si inserisce l’ipotesi più radicale, circolata in alcuni ambienti vicini all’amministrazione statunitense e tra commentatori israeliani: che il Marocco stia ponendo le basi per rivendicare apertamente la sovranità sulle due enclave spagnole in territorio nordafricano, sul modello di quanto ottenuto sul Sahara Occidentale. Resta il fatto che, quale che sia l’obiettivo reale, le autorità marocchine avrebbero agito, sempre secondo l’analisi della docente di Exeter, con una “passività intenzionale” difficilmente spiegabile con la sola mancanza di capacità di controllo.
Se lo schema del 2021 dovesse ripetersi, la vera domanda per Madrid e per Bruxelles non è tanto perché ora, quanto cosa dovrà concedere questa volta, mentre la crisi produce già una frattura profonda nell’Unione Europea, con l’Italia che ha sospeso Schengen con la Spagna e altri Stati membri spaccati tra solidarietà e accuse incrociate.
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