sequestro da 700mila euro alla banda legata ai Senese
Prima la forza militare con le manette ai polsi, poi l’affondo più doloroso per chi fa affari nell’ombra: l’aggressione ai patrimoni accumulati con la droga, il terrore e i sequestri di persona.
A distanza di quasi tre mesi dall’operazione che a maggio 2026 aveva smantellato una pericolosa rete criminale portando in carcere 17 persone, legata a doppio filo al clan Senese, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno fatto scattare i sigilli a case, auto e conti correnti per un valore stimato di 700mila euro.
Il decreto di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca allargata, è stato eseguito all’alba con il supporto dei militari delle Compagnie di Roma Casilina, Eur e Frascati. Nel mirino sono finiti sette indagati ritenuti appartenenti al gruppo criminale gravitante nell’orbita del clan Senese.
I vertici della gang e le alleanze nella Capitale
Tra i destinatari del blocco dei beni figurano personaggi di primo piano della mala capitolina: Giuliano Cappoli, conosciuto negli ambienti di strada come “Maverick”, e Manuel Grillà, soprannominato “Neymar”.
Secondo le ricostruzioni degli investigatori, i due ricoprivano un ruolo di primissimo piano nella gestione del narcotraffico e delle attività illecite, muovendosi in stretto contatto con figure storiche del crimine romano come Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, oltre ad avere legami con l’albanese Elvis Demce, braccio destro dell’ex leader della Nord Fabrizio Piscitelli, “Diabolik”.
L’inchiesta contesta reati gravissimi: associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, riciclaggio, porto abusivo d’armi, sequestro di persona a scopo di estorsione e tentato omicidio, con l’accusa mossa dall’aggravante del metodo mafioso.
Il pentito e il piano del killer tra Morena e Ciampino
La svolta nelle indagini è arrivata anche grazie ai verbali del collaboratore di giustizia Fabrizio Capogna, ex narcos che ha deciso di parlare con i magistrati nel 2023 dopo essere sopravvissuto a un agguato armato imputato dagli inquirenti a Grillà.
Le sue rivelazioni hanno permesso di ricostruire la faida per l’egemonia sulle piazze di spaccio romane, contrassegnata da spedizioni punitive e sequestri balordi per punire i debitori morosi.
Tra gli episodi più inquietanti documentati dai Carabinieri c’è il reclutamento di un killer professionista di nazionalità cilena: l’uomo, fatto giungere appositamente dalla Spagna, veniva nascosto e addestrato all’interno di una villetta situata nell’area tra Morena e Ciampino, pronto a entrare in azione contro la fazione avversaria.
L’attività investigativa ha inoltre fatto luce sui contatti che l’organizzazione manteneva con alcuni detenuti dentro il carcere di Rebibbia, dai quali partivano ordini e pressioni sulla gestione degli affari.
Un clima di impunità ben riassunto nella frase intercettata agli atti: “Rebibbia è un grand hotel”. Sotto la lente della Procura è finita anche un’estorsione commessa con la complicità di due appartenenti alle forze dell’ordine, accusati di aver sfruttato la divisa per intimorire la vittima.
La sproporzione patrimoniale
A fare crollare il castello di carte della banda sono state le successive verifiche economico-finanziarie. I Carabinieri hanno rilevato una macroscopica sproporzione tra i redditi dichiarati al fisco dagli indagati (molti dei quali risultati ufficialmente nullatenenti) e il reale patrimonio a loro disposizione.
Accogliendo le risultanze investigative, il Tribunale di Roma ha ordinato il sequestro di tre immobili dislocati nella Capitale, quattro autovetture, una cassetta di sicurezza e diversi depositi bancari, togliendo così ossigeno alle casse della criminalità organizzata.
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