Vanessa Van Basten – Yes
Mancavano dalle scene musicali da tanto tempo, forse troppo, i Vanessa Van Basten, nati in origine come progetto del chitarrista triestino Morgan Bellini e in seguito consolidatisi come trio. D’altronde non è semplice alle nostre latitudini trovare dei rappresentanti così peculiari di un genere ad ogni modo stratificato come il post-rock.

Non gli unici, giacché di nomi nel sottobosco underground ne sono cresciuti molti negli anni (il pensiero mi corre subito ai Klimt 1918, tornati di recente in maniera davvero convincente), però per chi era rimasto stregato dalle atmosfere di “La stanza di Swedenborg” c’era il desiderio di scoprire se i Nostri sarebbero tornati ai livelli di quel mirabile debutto discografico.
I quaranta minuti scarsi di “Yes” ripagano alla fine l’attesa, perché sin dalle sature note iniziali dell’opener “Dying in My Bed” si entra in un frullatore di sonorità cangianti dove si avvertono già le influenze che da sempre guidano la band (più Mogwai che Dead Can Dance nella fattispecie) ma al contempo emerge quel marchio di fabbrica che la contraddistingue, vale a dire la capacità anche all’interno di un singolo episodio di evocare diverse atmosfere e conseguenti stati d’animo. Con in più un’interessante vena melodica che fa capolino in più parti e che ne amplifica, se vogliamo, le potenzialità.
In sei brani i Vanessa Van Basten (che nel loro nucleo storico si erano ritrovati solo tre anni fa gettando le basi per questo ritorno discografico) dimostrano coesione e unità di intenti, assecondando l’indole del momento, come se fossero guidati da una dea della musica che suggerisce loro di preferire la libertà compositiva agli schemi rigidi che ogni genere riconduce inevitabilmente a sé.
Così è facile passare dal rock serrato di “Spittincotton” (la traccia più breve del disco) al crescendo circolare di “Giornada de legno”, che si fa collegare a quella “Giornada de oro” presente nel già citato esordio, per sfociare poi nelle lande sognanti di “Heartheaven”, la canzone dove meglio emergono gli elementi shoegaze che da sempre albergano nella loro proposta.
È il preludio per il pezzo focale dell’intero album, vale a dire “La vita è la droga della morte”, un titolo assai suggestivo per circoscrivere in oltre tredici minuti ogni istanza artistica del trio.
In questa suite infatti Bellini, il bassista Stefano Parodi e il batterista Roberto Della Rocca si inoltrano in un intenso saliscendi emotivo tra dissonanze, distorsioni elettriche, profondo sadcore a cullare l’ascoltatore nella seconda parte, fino a un nuovo “risveglio” affidato a una chitarra minacciosa e nervosa che però si dischiude in un movimento ipnotico.
Dopo un simile exploit, il compito di terminare l’opera è appannaggio di una “Nicaragua” anch’essa capace di fondere al suo interno momenti delicati, notturni e altri più rabbiosi, con il passaggio dei due livelli suggellati da una telecronaca dell’indimenticato Bruno Pizzul in sottofondo che cita ovviamente Van Basten!
“Yes” segna quindi il grande ritorno di un gruppo italiano che nel campionato del post-rock ha dimostrato ancora una volta di poter giocarsela ad armi pari con i suoi più celebrati epigoni internazionali.
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