Basilicata

Cosenza, un corteo per Mohamed: «Vogliamo giustizia»

A Cosenza un corteo di oltre trecento persone per chiedere verità e giustizia sulla morte di Mohamed Amin Bessioud


COSENZA -Un presidio di oltre trecento persone sotto l’abitazione della vittima, la presenza del vescovo monsignor Giovanni Checchinato e una denuncia formale pronta a essere depositata in Procura: Cosenza attende la verità sulla morte di Mohamed Amin Bessioud, il venticinquenne di origini tunisine precipitato dal terzo piano del suo appartamento durante una perquisizione dei Carabinieri. Una vicenda drammatica che contorna il tragico fatto di cronaca di pesanti interrogativi, a partire dalle accuse della madre del giovane, Nabila, che sostiene come il figlio sia stato lasciato saltare nel vuoto con le manette ai polsi davanti ai suoi occhi, denunciando inoltre presunte intimidazioni, vessazioni costanti e accanimento dei carabinieri nei confronti del figlio.

LE PAROLE DELLA MADRE DI MOHAMED

«Tutta la città di Cosenza – ha detto la donna, con voce tremante – è qui per Momo. Io sto malissimo, era il mio unico figlio maschio, l’ho fatto studiare con immensi sacrifici. Sento un dolore devastante, mi mancano persino le parole. Credevo nelle istituzioni, ma oggi non più: mio figlio è morto proprio per mano della giustizia, sotto i miei occhi. Pensavo che le forze dell’ordine fossero lì per proteggere i ragazzi, invece lo hanno lasciato morire. Quel carabiniere perseguitava mio figlio da tempo. Mohamed era un ragazzo buono, un coccolone che aiutava chiunque fosse in difficoltà, mettendo gli altri sempre al primo posto. I suoi problemi sono iniziati dopo l’arresto e la permanenza in carcere, un ambiente che lo ha fatto stare malissimo perché non apparteneva al suo vissuto».

«Siamo una famiglia di lavoratori. Sua sorella maggiore si è laureata in Francia e nel 2019 lo ha chiamato lì per offrirgli un futuro migliore: Mohamed era un talento del calcio, ha firmato un contratto di due anni con il Paris Saint-Germain e ha studiato al liceo scientifico “Da Vinci” a Parigi. Era bravissimo in matematica, un ragazzo intelligente. La sera prima di morire aveva tirato fuori il camice universitario perché studiava Farmacia e voleva rimettersi sui libri per finire gli esami. Amava la lettura, le sue collezioni e gli animali. Chiedo solo che gli sia data la giustizia che merita».

LE INDAGINI SULLA MORTE DEL GIOVANE

Sul caso pende ora un’articolata azione legale promossa dall’avvocato Osvaldo Rocca, difensore della famiglia, volto a chiarire la dinamica esatta dei fatti e le modalità operative adottate dalle forze dell’ordine durante il controllo. Il legale ha inoltrato una sollecitazione formale al Pubblico Ministero affinché, nel corso dell’esame autoptico, vengano eseguiti accertamenti specifici sul corpo del ragazzo, in particolare sui polsi, per confermare o smentire l’uso delle manette al momento della caduta. Un dettaglio al momento riferito unicamente da testimoni presenti sul posto ma non ancora documentato negli atti ufficiali, dei quali la difesa non ha finora ricevuto notifica.

IL PERCORSO DI RECUPERO DEL 25ENNE

Il venticinquenne era seguito dal Centro di Salute Mentale e dal Serd per un percorso di recupero da precedenti problemi giudiziari e di tossicodipendenza, intrapreso anche grazie al supporto dei magistrati. L’esposto che verrà presentato alla Magistratura prenderà in esame anche il presunto clima di forte pressione psicologica che, secondo quanto riferito dai familiari e dalla fidanzata della vittima, si sarebbe generato nei mesi precedenti a causa di frequenti controlli e perquisizioni notturne. Spetterà adesso ai riscontri della medicina legale e agli accertamenti investigativi della Procura di Cosenza stabilire la sequenza dei fatti ed escludere o accertare eventuali responsabilità.

L’INTERVENTO DELL’AVVOCATO

«In qualità di legale di Mohamed – ha detto l’avvocato Rocca – presenterò una denuncia formale per chiedere accertamenti rigorosi sulle modalità operative adottate dai Carabinieri e, più in generale, da tutte le forze dell’ordine in contesti analoghi. Mohamed seguiva un percorso presso il Centro di Salute Mentale e al momento dei fatti si trovava in un evidente stato di agitazione. Per questo ho già inviato una sollecitazione al Pubblico Ministero chiedendo di verificare la presenza di eventuali segni sul corpo, in particolare sui polsi, così da fugare in modo definitivo ogni dubbio sull’uso delle manette durante l’intervento».

«VOGLIAMO GIUSTIZIA»

«Vogliamo giustizia per Mohamed, un ragazzo che meritava di essere tutelato e che stava finalmente uscendo dal tunnel della dipendenza da sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda le presunte persecuzioni da parte di alcuni militari, posso riferire che, nell’esposto che sto predisponendo, si fa menzione di un costante e marcato pressing subito dal ragazzo. Sia Mohamed sia la fidanzata mi avevano riferito di controlli continui, cadenzati ogni settimana o dieci giorni, spesso notturni, che si trasformavano in vere e proprie perquisizioni. Rientra certamente nei compiti istituzionali svolgere verifiche, ma spetterà alla Magistratura stabilire se tali modalità operative fossero idonee e congrue rispetto al contesto».


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