Peter Gabriel svela i segreti di “So” in un documentario in onda su Rai5
Giovedì 30 luglio, alle 23,45, su Rai5, Peter Gabriel racconta la genesi dell’album “So“, pubblicato nel 1986, in un documentario con la regia di George Scott. Considerato il suo lavoro di maggior successo, così come quello musicalmente più accessibile, “So” ha trasformato Gabriel da artista di culto a superstar internazionale. L’album ha ricevuto il plauso unanime della critica specializzata, venendo lodato per le sue sonorità e fusione di generi differenti, ed è stato nominato per il Grammy Award all’album dell’anno.
Chissà se a spingere Peter Gabriel verso il pop sarà stata anche la “Collinsmania” che imperversava a metà del decennio Ottanta. Certo è che nessuno degli ex-Genesis si sarebbe mai aspettato un successo travolgente come quello che il batterista-cantante di Chiswick stava ottenendo in quel periodo, con una messe di hit prodotte a ciclo continuo (“In The Air Tonight”, “You Can’t Hurry Love”, “Easy Lover”, “One More Night”, “Against All Odds”, solo per citarne alcune). “Chi lo avrebbe mai immaginato”, sarà l’ironico commento del bassista Mike Rutherford. Insomma, il successo dell’infaticabile batterista, con il quale – come si è visto – Gabriel aveva anche collaborato da solista, rischiava di oscurare l’ex-leader di quei Genesis che lo stesso Collins stava traghettando in quegli anni verso insospettabili lidi pop-rock. E così la stampa e il pubblico del Regno Unito si divertivano a stimolare una competizione tra i due. Senza immaginare nemmeno, però, che su quel ring, consapevolmente o meno, alla fine Gabriel sarebbe sceso davvero. Piazzando un colpo da ko tecnico.
Superata una difficile fase familiare – tra una intensa relazione con l’attrice Rosanna Arquette e terapie matrimoniali per rimettere insieme i cocci del rapporto con la moglie Jill – l’artista inglese si dedica al lancio del suo quinto album, che sarà anche il primo ad avere un titolo vero e proprio, seppur senza particolare dispendio di lettere. Solo due: “So”. “Un anti-titolo… volendo potrebbe essere più un pezzo di grafica, piuttosto che qualcosa con significato e intenzione. E questo è ciò che feci da allora”, spiegherà Gabriel, rinnovando la sua avversità per i titoli discografici che, a suo dire, distoglierebbero lo sguardo dalle immagini di copertina. Un titolo apparentemente senza pretese, dunque, che rifletteva però la particolare intensità che il compositore inglese aveva profuso nel nuovo progetto, dopo aver fatto il possibile per risolvere i suoi problemi personali.
Così andarono le cose, dunque, nell’anno 1986, per il musicista inglese. Ovvero come sempre, continuando a dimostrare come la profondità e l’originalità di un artista non si misurino solo nel suo campo d’elezione, ma siano una dote preziosamente declinabile anche oltre le più imprevedibili frontiere.
Accreditato come profeta del rock politico e della world music più incompromissoria, Gabriel si mette così a flirtare con il pop mainstream, supportato in cabina di regia da Chris Hugues e Daniel Lanois. “’Birdy’ era un lavoro basato essenzialmente su trame e suoni e io stavolta desideravo concentrarmi più sulle canzoni, essere più allegro e meno misterioso – racconterà il musicista inglese – Uscivo da un periodo buio e dovevo cercare di aprirmi al mondo”. E riuscirà nell’impresa coronando un’altra delle sue spettacolari trasformazioni. Alle prese con canzoni pop orecchiabili, melodiche, ossessivamente accattivanti, Gabriel si confermerà incapace di partorire prodotti banali e scontati.
Del resto, a garantire un’aura di rispettabilità all’album era già la pattuglia di ospiti e musicisti coinvolti, testimonianza tangibile della credibilità e del carisma di Gabriel presso la scena musicale dell’epoca: i soliti Jerry Marotta, Tony Levin, David Rhodes, lo straordinario batterista francese Manu Katché, una sezione fiati guidata da Wayne Jackson, e ancora L. Shankar, Richard Tee, Stewart Copeland (batterista dei Police), Kate Bush (già apparsa, come visto, su “III”), Jim Kerr dei Simple Minds e Michael Been dei Cali (con i quali aveva già cantato in “Everywhere I Go”). Una prestigiosa équipe che contribuirà a fare di “So” un album comparabile per la profondità dei tempi e per la ricchezza del linguaggio al contemporaneo “The Dream Of The Blue Turtles” di Sting.
Nel frattempo, Peter Gabriel prosegue la pubblicazione dei brani che confluiranno nel prossimo album “o/i”, atteso in forma completa entro la fine dell’anno. Gabriel colloca il brano all’interno di un percorso più ampio, legato a uno spettacolo parallelo su cui sta lavorando da tempo: un progetto narrativo incentrato sul cervello come fulcro concettuale. “Put The Bucket Down” rappresenta un passaggio in cui il confine tra pensiero autonomo e influenza esterna si fa incerto, mettendo in discussione l’origine stessa delle idee e della coscienza. Sul piano musicale, il pezzo nasce attorno a quello che l’artista definisce un “loop sbilanciato”, struttura ritmica irregolare che ha trovato piena espressione nel lavoro con la band. Durante le sessioni orchestrali, Gabriel ha coinvolto John Metcalfe per una parte essenziale e minimale, mentre i fiati assumono un ruolo centrale grazie anche ai contributi di Paolo Fresu in studio e di Josh Shpak nelle esecuzioni dal vivo.
Il nuovo progetto discografico del musicista inglese arriva come seguito diretto di “i/o” (2023) e ne riprende l’impostazione concettuale: anche questa volta, infatti, Gabriel pubblicherà un brano a ogni plenilunio, fino alla diffusione dell’album completo prevista entro la fine dell’anno.
Presentando l’album, Gabriel ha dichiarato: “Sono felice di dire che questa sera, con la luna piena, iniziamo un nuovo anno di uscite mensili sotto il nome ‘o/i’. Le canzoni sono un insieme di pensieri e sensazioni. Sto riflettendo molto sul futuro e su come potremmo reagire: stiamo entrando in una fase di transizione senza precedenti, probabilmente innescata da tre ondate principali, l’intelligenza artificiale, il quantum computing e l’interfaccia cervello-computer. Gli artisti hanno il compito di guardare nella nebbia e, quando intravedono qualcosa, di tenere in mano uno specchio. Non siamo e non siamo mai stati esseri totalmente autodeterminati e indipendenti a cui è stato dato libero corso sul mondo. Siamo qualcosa d’altro, siamo parte della natura, una parte di tutto, e sentire una qualche connessione, muovere le chiappe e dare e ricevere un po’ d’amore può aiutarci a trovare un nostro posto, e a stamparci un bel sorriso in faccia”, ha aggiunto Gabriel.
Il compositore inglese ha poi sintetizzato il rapporto tra i due album come una sorta di dittico complementare: “i/o” rappresenta “l’interno che trova una nuova via d’uscita”, mentre “o/i” è “l’esterno che scopre un nuovo modo di entrare”. Una riflessione che si allarga a una visione meno individualistica dell’essere umano, inteso come parte integrante della natura e di un tutto più ampio, in cui la connessione emotiva e fisica diventa uno strumento per ritrovare il proprio posto.
Alcuni dei nuovi brani, ha aggiunto, confluiranno nel “brain project” che Gabriel porta avanti da anni, mentre altri nascono semplicemente dal desiderio di trasmettere gioia. “Spero che vi piacciano”, ha concluso.
In un contesto diverso, Gabriel ha anche ringraziato recentemente il regista Josh Safdie per aver inserito il suo brano “I Have The Touch” nel film “Marty Supreme“, interpretato da Timothée Chalamet.
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