Nessun odore, Tar e Consiglio di Stato hanno parlato solo di numero di capi

La vicenda dell’allevamento di suini al confine tra Magione e Corciano, finita al centro di un acceso contenzioso legale che ha visto contrapposta la Società Agricola del Trasimeno alla Regione Umbria e all’imprenditore Brunello Cucinelli, continua a far discutere. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato l’ordine di chiusura, l’azienda ha rotto il silenzio con un comunicato stampa in cui respinge con fermezza le accuse e ricostruisce la propria versione dei fatti .
La Società Agricola del Trasimeno prende le distanze dalle contestazioni e dalle cronache che hanno parlato di “odore nauseabondo” e di residenti costretti a convivere con i miasmi dell’allevamento. “Non sussiste alcuna problematica ambientale – scrivono i titolari nel comunicato – e nessuno è costretto a vivere circondato da quell’odore nauseabondo”.
L’azienda sottolinea di aver sempre adottato “tutte le migliori tecniche” e di condurre l’allevamento “nel pieno rispetto della normativa ambientale”. Secondo quanto riportato, i provvedimenti giudiziari citati parlerebbero di “tutt’altro”.
Al centro della disputa non ci sarebbero dunque presunti abusi o degrado ambientale, ma una questione squisitamente tecnico-burocratica legata all’Autorizzazione integrata ambientale. Come spiegato dall’azienda, Tar e Consiglio di Stato si sono pronunciati “solamente in ordine alla problematica dimensionale ovvero all’assoggettamento ad Aia di stalle che formalmente sono distinte”.
La normativa prevede che l’Aia sia obbligatoria per allevamenti con più di 2.000 capi suini da produzione . La Società Agricola del Trasimeno aveva suddiviso l’attività in due strutture formalmente separate: una da 600 capi e una da 1.980 capi. Secondo gli enti di controllo – Arpa, Regione, Tar e Consiglio di Stato – si tratterebbe in realtà di un unico complesso produttivo, come dimostrerebbero la viabilità interna, la cella frigorifera unica e la continuità fondiaria .
L’azienda, tuttavia, rivendica che la questione “coinvolge tutti gli allevatori locali” ed è “frutto di una recente normativa europea che non ha ancora trovato applicazione da parte del legislatore italiano, ma che la giustizia amministrativa ha inteso dover estendere in via interpretativa”.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’allevamento non è stato chiuso con effetto immediato. I titolari spiegano che “già all’indomani della determina regionale” avevano sospeso “cautelativamente” l’attività della stalla da 600 capi, continuando a operare esclusivamente con quella da 1.980 capi, “quindi al di sotto della soglia Aia” .
Il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità del provvedimento regionale, che impone la chiusura entro 180 giorni, ma la battaglia legale potrebbe non essere finita. “In ordine a tale ultima vicenda pende ricorso al Tar Umbria con prossima udienza fissata al 22 settembre”, si legge nella nota.
Al di là della querelle giudiziaria, la Società Agricola del Trasimeno rivendica con forza la propria storia e identità. “I titolari dell’Agricola del Trasimeno sono imprenditori onesti che da ben 4 generazioni portano avanti, con grandi sacrifici, ma con orgoglio, un’attività apprezzata che intendono fermamente consegnare alle prossime generazioni” .
Un messaggio che sottolinea il profondo legame con il territorio e la volontà di difendere un’attività che rappresenta non solo una fonte di reddito, ma un’eredità familiare tramandata nel tempo.
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