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Se non c’è più un posto per giocare a calcio… A Roma si può fare la mappa dei campi perduti

Il Mondiale è finito, andate in pace. Dopo un mese e mezzo di showbiz in diretta tv dagli stadi più cool del pianeta, è venuto il momento di tirare quattro calci al pallone. Afa permettendo, naturalmente, e a patto di trovare un campetto dove giocare in santa pace, se è vero che uno dei problemi più sentiti delle nostre città è la progressiva scomparsa di luoghi gratuiti e accessibili per lo sport. E chissà se per riportare finalmente l’Italia ai campionati del mondo non si debba ripartire proprio da qui, dall’ampliamento dell’offerta pubblica di spazi e campi di gioco per il movimento calcistico di base, prima ancora che dalla scelta di un allenatore mammasantissima per la Nazionale.

Il problema è serio. In un paese nel quale 6 edifici scolastici su 10 non hanno le palestre, nel 2025 oltre 6.200 impianti sportivi risultavano abbandonati e inutilizzabili, in media l’8% delle strutture sportive esistenti, con punte del 15-19% al Sud. Particolarmente grave è la progressiva evaporazione dal paesaggio urbano dei campi di calcio. Esemplare il caso di Roma. Da una parte, una gestione opaca delle strutture comunali (alla quale si è cercato di porre rimedio solo nel 2023 con il varo di un nuovo regolamento) ha ingenerato negli anni contenziosi, iter burocratici bloccati, ritardi nell’assegnazione dei bandi e chiusure ad libitum. Dall’altra, prosegue la privatizzazione dei campetti di quartiere e degli oratori, dopo il Covid sempre più spesso frazionati per fare largo ai più redditizi campi da padel, oppure inglobati nella trama urbana dalla speculazione. O ancora, più semplicemente, abbandonati al loro destino, i manti verdi rattoppati alla meno peggio, gli spogliatoi che fanno acqua (fredda) da tutte le parti.

In assenza di dati nazionali aggiornati in materia, sono gli addetti ai lavori a evidenziare il fenomeno. Fabio Betulli, da decenni infaticabile organizzatore della scena calcistica giovanile romana, durante i lunghi mesi del distanziamento sociale si è dilettato a ricostruire la mappa dei campi perduti nella capitale, dal Buozzi di Viale Trastevere al Candido Capozzi di via del Pigneto, dal Collina Volpi di Garbatella al Gerini Don Bosco nel parco degli acquedotti, dal Gioventù Italiana di piazza Epiro al Gardenie del Tufello, ricavato dentro una cava. L’elenco, necessariamente provvisorio, censisce oltre 140 strutture che erano aperte a tutti e oggi non ci sono più, o sono diventate inaccessibili. Ferite aperte nel corpo vivo dei quartieri dal momento che le strutture sportive sono avamposti di aggregazione sociale, veri e propri presidi dei territori. “La scomparsa di un campo di calcio – mi spiega il giornalista e scrittore Claudio D’Aguanno – equivale alla perdita di una piazza”.

All’emorragia dei terreni di gioco per la pratica formale del calcio fa da contraltare la ritirata dei luoghi concessi al gioco libero e spontaneo delle nuove generazioni, con bambini e ragazzi scacciati via via dalle strade, dalle piazze, perfino dai cortili. E così, oggi, siamo arrivati al paradosso che proprio lo sport che deve la sua popolarità all’estrema facilità con cui si può praticare, è diventato un gioco per ricchi: se per fare una partitella devi affittare un campo, per vedere giocare tuo figlio devi sganciare mille e passa euro a una scuola calcio, senza nemmeno la garanzia di vederlo schierare dal Mister la domenica, proprio a causa della penuria di spazi di cui sopra.

Eppure, una strada per uscire dal pantano del calcio commerciale ci sarebbe, racconta Giovanni Castagno, insegnante impegnato da anni in progetti sportivi all’Esquilino, nel libro Il gioco più bello. Quando il calcio educa: storie di pallone, antirazzismo e inclusione nel mondo della scuola e nello sport popolare uscito recentemente per Officine pedagogiche. Ed è quella di recuperare il suo straordinario valore educativo, motore di socializzazione e civismo, anche attraverso la costruzione di occasioni di gestione partecipata e plurale dei campi di gioco: “Sicuramente oggi fondare una squadra di calcio, montare le porte e allestire spazi di gioco è diventato fondamentale. Riportare il calcio tra la gente è l’unico sistema che conosciamo perché possa ricominciare un legame con questo sport, che si è andato disperdendo… Ripartendo dal basso, dalle piazze, dalle piccole squadre di quartiere”. Una lettura appassionante, particolarmente indicata per contrastare gli effetti collaterali del mondiale americano e la prolungata esposizione ad Infantino.


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