Omicidio Mastrapasqua, confermati 27 anni a Rezza in appello
La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato la condanna a 27 anni di reclusione per Daniele Rezza, il 21enne che l’11 ottobre del 2024 ha accoltellato e ucciso Manuel Mastrapasqua a Rozzano, nel milanese, mentre stava tornando a casa dal lavoro per portargli via un paio di cuffie wireless da 14 euro. Le giudici Ivana Caputo e Franca Anelli hanno riconosciuto le accuse di rapina aggravata e di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa, con attenuanti generiche equivalenti perché , come sottolineato dalla pg,”l’ergastolo sarebbe una soluzione tombale”, mentre il giovane così potrà “prendere coscienza e uscire dal carcere un giorno con un percorso di cambiamento, anche se allo stesso modo va tenuto conto che finora ha mostrato indifferenza di fronte a quella vita persa e mai un pentimento o rimorso”. È stata quindi riconosciuta la sentenza del 2 luglio 2025 sul fronte dell’entità della pena, 27 anni come richiesto dalla sostituta pg Olimpia Bossi, e dei risarcimenti a carico dell’imputato e a favore delle parti civili, la madre e i due fratelli della vittima, tutti assistiti dall’avvocata Roberta Minotti. La Corte ha invece escluso l’aggravante dei futili motivi. Il termine per il deposito delle motivazioni è stato fissato al 20 settembre.
Quella notte Mastrapasqua stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato di via Farini a Milano quando, sceso dal tram a Rozzano, venne aggredito e ucciso con una coltellata vicino al cuore da Rezza, che dopo l’arresto mise a verbale di essere alla ricerca di qualsiasi cosa potesse rivendere. Il ragazzo diede le cuffie al padre, che le gettò e lo accompagnò alla stazione di Pieve Emanuele, da cui Rezza prese un treno per Pavia e un autobus per Alessandria, dove venne bloccato. Il processo di secondo grado era stato riaperto dai giudici che avevano accolto l’istanza difensiva di una perizia psichiatrica sull’imputato, che ha però stabilito la sua piena capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Nella perizia della psichiatra Mara Bertini si legge che le alterazioni della regolazione delle emozioni e l’aggressività reattiva e proattiva “possono considerarsi clinicamente significative, ma che non si integrano nella nozione giuridica di infermità mentale perché non inscritte in una patologia mentale rilevante ai fini forensi”. La relazione esclude anche “la presenza di fenomeni critici di natura epilettica, farmacologica o neurologica, incidenti sui fatti per i quali si procede”. Rezza, come ricordato alla pg, disse che quella coltellata per lui era stata “una stupidata”. Nella prima udienza in appello ha provato anche a chiedere “scusa e perdono”, ma la madre della vittima, da uno dei banchi dell’aula, gli ha gridato “stai zitto“.
Nella condanna in primo grado, il collegio presieduto dalla giudice Antonella Bertoja aveva tenuto in considerazione la giovane età dell’imputato, allora diciannovenne, che “ha agito in modo irruento e superficiale, sull’onda di una spinta adrenalinica o emotiva, e che per prevalere sulla propria vittima ha dato luogo a un danno del tutto sproporzionato e esorbitante rispetto al proprio obiettivo, consistente nell’impossessamento di un bene di valore effimero”. Non sono state considerate un’attenuante eventuali “condizioni di disagio socio familiare”, “perché tale soluzione darebbe luogo a un odioso pregiudizio, in base al quale tutti gli abitanti del comune di Rozzano (ma non solo) sarebbero maggiormente inclini alla delinquenza e, di conseguenza, dovrebbero godere di un trattamento sanzionatorio favorevole, quasi a compensare una presunta incapacità dello Stato a colmare lacune educative e devianze sociali in una determinata area geografica” scrivevano i giudici di primo grado.
La difesa di Rezza, rappresentata dall’avvocata Tiziana Bacicca, è soddisfatta per il mancato riconoscimento dell’aggravante dei futili motivi, anche se puntava a una riduzione della pena in quanto il suo assistito è una persona “fragile”. Anche per questo ha riproposto in appello la questione dell’ammissione alla giustizia riparativa, chiedendo che cadano le due aggravanti e che venga abbassata la pena. La richiesta era stata già respinta in primo grado e ha incontrato ancora una volta l’opposizione da parte dei familiari della vittima. La pg ha parlato di una chiusura reciproca tra la famiglia Mastrapasqua e Rezza, dal momento che quest’ultimo “non ha mai mostrato rimorsi”.
Dopo la lettura della sentenza di secondo grado ha parlato anche Michael Mastrapasqua, fratello di Manuel, “Le scuse chieste dopo un anno non valgono niente e non me ne faccio niente”, sostenendo che non siano una motivazione valida per aprire alla possibilità della giustizia riparativa. Michael ha affermato che lui, la madre e gli altri familiari sono soddisfatti perché “la pena non è stata abbassata”, come invece aveva chiesto la difesa. La loro legale ha spiegato che quelle di Rezza sono state “scuse processuali. Sono state poste in udienza per convenienza e non sono state sentite”. L’avvocata ha aggiunto che l’imputato “è indifferente al dolore che ha provocato, è la nostra sensazione. Ha bisogno di un percorso rieducativo: ha tanti anni a disposizione che potrebbe sfruttare per prendere coscienza” di quello che ha commesso.
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