Lazio

l’ombra di una rete di fiancheggiatori

Venti giorni di silenzio, di vicoli battuti a vuoto e di caccia all’uomo estesa a livello internazionale.

Ma di Shahadat Hossain, il quarantatreenne accusato di aver sterminato a colpi di mannaia un’intera famiglia nella notte del 25 giugno a Casalotti, non c’è ancora la minima traccia.

Il sospetto che l’uomo, ritenuto l’esecutore materiale del massacro in cui hanno perso la vita Kamal Uddin, Hosne Jahal e la loro figlioletta Arowa, non stia scappando da solo si fa ogni ora più solido nelle stanze della questura.

Con il passare del tempo, gli inquirenti della Squadra Mobile di Roma si dicono convinti di un fatto: il killer ha beneficiato di una fuga pianificata al millimetro, supportata da una fitta rete di coperture logistiche.

Troppo difficile, per gli investigatori, che un uomo con una foto segnaletica diramata in tutti i posti di polizia sia riuscito a eclissarsi senza l’aiuto di complici pronti a fornirgli denaro, nascondigli e, soprattutto, una via d’uscita sicura dalla Capitale. Per questo i fari dell’indagine si sono allargati alla ricerca dei fiancheggiatori.

Le due rotte della latitanza: dall’Asia al Regno Unito

I magistrati di piazzale Clodio e la Mobile stanno seguendo due canali principali per localizzare il ricercato, partendo dal presupposto che Hossain possa aver già varcato i confini nazionali:

La pista del Bangladesh: È la terra d’origine del quarantatreenne. I canali di cooperazione internazionale della Criminalpol e dell’Interpol sono stati attivati immediatamente, ma i controlli negli scali e nei luoghi d’origine della famiglia non hanno finora restituito riscontri utili.

La traccia di Londra: È la rotta considerata più calda. Prima di stabilirsi a Roma, il ricercato aveva vissuto a lungo nella capitale britannica, dove può contare su vecchi legami e amicizie radicate nel tessuto sociale della comunità asiatica, un ambiente ideale in cui mimetizzarsi.

L’ipotesi investigativa è che l’uomo sia riuscito a superare le frontiere dell’area Schengen esibendo documenti d’identità contraffatti di altissima qualità.

Niente sembra essere stato lasciato al caso: sotto la lente degli inquirenti ci sono anche i giorni precedenti alla strage, per verificare se il presunto assassino avesse effettuato appostamenti e sopralluoghi attorno alla casa delle vittime, studiando il percorso di fuga ben prima di impugnare la mannaia.

Il terrore del sopravvissuto e lo strazio delle salme

In questo scenario di attesa e tensione, l’attenzione resta altissima attorno a Amir Hossain, l’unico scampato alla furia omicida di quella notte e testimone chiave dell’intera sequenza di sangue. Il giovane, ancora fortemente traumatizzato, vive sotto shock.

Tramite il suo legale, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha presentato una formale richiesta di protezione alle autorità competenti nel timore di ritorsioni.

«Abbiamo chiesto che venga garantita un’adeguata tutela ad Amir ha spiegato il legaleperché continua a vivere in uno stato di forte paura, sapendo che l’assassino è ancora libero. Contestualmente abbiamo depositato in Procura l’istanza di nulla osta per la restituzione delle tre salme, con l’obiettivo di consentire ai familiari il trasferimento in Bangladesh, dove verranno celebrati i funerali».

Mentre la comunità del quartiere si stringe nel dolore, gli esperti della Mobile continuano a incrociare tabulati telefonici, messaggistica istantanea e i filmati delle telecamere di sicurezza autostradali.

La caccia all’uomo non si ferma, ma la sensazione è che per arrivare al killer bisognerà prima recidere i fili della rete che lo sta proteggendo.

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