in dieci anni perse un terzo delle iscrizioni
Meno bambini, più aule vuote, ma le famiglie continuano a restare col telefono in mano in attesa di una chiamata che potrebbe non arrivare mai.
È il bizzarro e amaro paradosso demografico con cui Roma si appresta a inaugurare il nuovo anno scolastico: la denatalità sta letteralmente svuotando le scuole dell’infanzia comunali, costringendo i burocrati a sbarrare intere sezioni e a ridisegnare i confini della mappa educativa cittadina.
Eppure, nonostante il crollo verticale delle iscrizioni, le liste d’attesa non riescono ad azzerarsi. La prova lampante che la crisi non è legata solo a quante culle si riempiono, ma a dove quelle culle sono geograficamente collocate rispetto ai servizi della Capitale.
Una metamorfosi silenziosa e inesorabile, arrivata ormai al punto di rottura, che è stata al centro dei lavori della Commissione capitolina Scuola.
L’organismo si è riunito d’urgenza per fare i conti con i numeri del prossimo ciclo educativo e capire il destino delle sezioni destinate ad abbassare definitivamente la serranda.
A pretendere risposte chiare è stata la presidente della commissione, Carla Fermariello, investita da una valanga di segnalazioni e proteste arrivate dai territori, in particolare dal IV, V e VI Municipio (i quadranti di Tiburtina, Prenestino e delle torri di Roma Est), dove le famiglie e le amministrazioni locali denunciano lo smantellamento progressivo dell’offerta pubblica.
Il crollo del decennio: persi quasi ottomila iscritti
I dati statistici fotografano la crisi molto meglio di qualunque dichiarazione politica. Nell’anno scolastico 2016-2017, le domande di iscrizione alle materne del Comune sfioravano quota 19 mila.
Oggi, dieci anni più tardi, le richieste si sono fermate a un misero 11.552. In pratica, nel giro di due lustri, alle scuole comunali è venuto a mancare circa un terzo della platea potenziale di bambini.
Un inverno demografico che si traduce in un incubo organizzativo: molte sezioni non riescono a racimolare il numero minimo di iscritti fissato dalla legge per attivare la classe, costringendo gli uffici alla sospensione dei turni. Una scelta razionale per le casse pubbliche, ma vissuta come un tradimento e un impoverimento sociale dai singoli quartieri.
Il paradosso dello squilibrio è evidente nella gestione delle graduatorie: delle oltre 11.500 domande, sono stati assegnati inizialmente 8.704 posti. Dopo la prima scrematura e lo scorrimento dei rinunciatari, le conferme reali si sono assestate sopra le settemila unità.
Il risultato? Nelle scuole comunali ci sono ancora 2.100 posti liberi che nessuno vuole, mentre in altri quartieri densamente popolati e privi di strutture le famiglie restano fuori dai cancelli perché la domanda supera l’offerta.
Anche i nidi frenano, ma la vera emergenza è l’Onda Gialla dei convenzionati
La frenata delle nascite morde anche le caviglie dei nidi comunali (fascia 0-3 anni), sebbene in modo meno violento.
Qui le domande arrivate sono state 11.402, con 8.442 assegnazioni iniziali e poco più di 6.700 conferme. Anche in questo comparto rimangono sul piatto 2.200 posti vacanti, destinati a ridursi gradualmente con la chiusura delle liste.
Le preoccupazioni più grandi degli esperti, tuttavia, si concentrano sul sistema dei nidi convenzionati, una rete privata ma integrata che accoglie oltre quattromila famiglie romane e che rischia il collasso finanziario.
La presidente Fermariello ha lanciato un monito solenne sulle risorse destinate al settore per il prossimo anno: tra aule rimaste vuote e incertezze sui fondi comunali, molte imprese educative rischiano il fallimento.
Un grido d’aiuto rilanciato con forza da Valentina Delle Grotti, alla guida di Onda Gialla, l’associazione sindacale che rappresenta decine di queste strutture nella Capitale:
«Usciamo da due anni difficilissimi e a oggi non abbiamo alcuna certezza economica sulle risorse future. Molti asili non sanno come pianificare le attività e, senza coperture, il rischio reale è quello di dover licenziare il personale educativo».
Per il Campidoglio la sfida va ben oltre i saldi del bilancio demografico. Si tratta di ridisegnare da zero una rete scolastica che era stata progettata negli anni del boom delle nascite e che oggi va adattata a una città profondamente mutata.
Il rischio da evitare è che la scure della spending review finisca per privare le periferie più difficili di un servizio sociale insostituibile.
Perché se è vero che le culle a Roma restano drammaticamente vuote, il diritto all’educazione dei pochi nati non può dipendere dal codice di avviamento postale impresso sulla carta d’identità.
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