Cultura

Lynch, grunge e malinconia: Violet Grohl racconta il suo debutto “Be Sweet To Me”

Violet Grohl
Credits: Bella Newman

Per quanto sia considerato uno dei lavori più iconici degli anni Novanta, “Twin Peaks” continua a essere un mondo tutto da esplorare, pieno di sfaccettature, dal mistero e il misticismo attorno alla morte di Laura Palmer fino alla vita degli abitanti di questa cittadina apparentemente tranquilla. Non sono pochi gli artisti che hanno raccolto l’eredità artistica di Lynch, lasciandosi ispirare dal suo immaginario o dalla sua estetica, ma per stavolta vorremmo soffermarci su Violet Grohl e il suo album di debutto “Be Sweet To Me”.

A soli vent’anni, l’artista ci consegna un disco profondamente radicato nelle sonorità degli anni Novanta, unendo atmosfere grunge e alt-rock a una voce dominante, grintosa ma anche capace di grande vulnerabilità. Il tutto con un approccio studiato ma impressionista, con riferimenti al passato ma senza nostalgia sterile. Così, tra simbolismi, immagini oniriche e distorsioni sonore, abbiamo provato a entrare nel mondo di “Be Sweet To Me” insieme alla sua autrice.

Tra parentesi, tenetela d’occhio: se questo è solo il punto di partenza, sarà interessante vedere dove la porterà il suo percorso.

Ho letto in una tua intervista che sei una grande appassionata di tarocchi. Se dovessi associarne qualcuno al tuo album “Be Sweet To Me”, quali pensi che rifletterebbero meglio la tua musica?

Violet Grohl: Credo che sceglierei La Luna, La Morte e Il Sole, in quest’ordine. Avevo 18 anni quando ho scritto questo disco, avevo appena finito il liceo ed è stato un periodo di grandi cambiamenti per me. Nel giro di un paio di mesi sono successe un sacco di cose folli tutte insieme, però le considero quasi un test per ciò che sarebbe arrivato dopo: era come se certi eventi dovessero accadere per far sì che ne accadessero altri.
Devo dire che ho sempre amato i tarocchi, li trovo davvero belli e mi hanno aiutata molto, a volte sono così spaventosamente accurati che preferisco smettere di leggerli! Però sì, direi La Luna, La Morte e Il Sole. C’è sempre una luce in fondo al tunnel, e me lo ripeto ogni volta che ho la sensazione di non vedere vie d’uscita. Però qualcosa per cui vale la pena guardare avanti c’è sempre. 

Parlando dell’album, sono rimasta molto colpita da “Plastic Couch”, in particolare dal contrasto tra la parte più sognante della tua voce e l’esplosione sonora che arriva verso la fine del brano. Ti andrebbe di raccontarci come è nata questa canzone e cosa rappresenta per te?

Violet Grohl: Assolutamente. “Plastic Couch” è stata una delle primissime tracce che abbiamo registrato, credo la seconda. Quel giorno sono arrivata in studio un po’ stanca e intontita. Ci siamo seduti tutti insieme ad ascoltare un po’ di musica e a chiacchierare, ma non appena abbiamo iniziato a suonare e a immergerci nella scrittura, mi è apparsa un’immagine molto vivida: un salotto con una vecchia carta da parati rovinata dall’umidità e una moquette davvero orribile. Il divano, però, aveva una copertura di plastica perfettamente trasparente, come se fosse fusa con il tessuto stesso. Tutto il resto della stanza, invece, era sporco e decrepito. Sono partita da quell’immagine e, cercando di decifrarne il significato, ho realizzato che rappresentava il modo tossico in cui mi stavo aggrappando all’idea di una persona, nonostante le cose fossero cambiate o mi avesse fatto del male. Era come se stessi congelando quella persona nel tempo, mettendoci sopra una copertura protettiva, mentre tutto intorno continuava a cambiare ed evolversi.

Volevo davvero che il brano culminasse in quell’esplosione alla fine, non è un caso che “4th Of July” dei Soundgarden sia in assoluto una delle mie canzoni preferite, al punto da essere stata in cima ai miei ascolti su Spotify l’anno scorso. La sua intensità e natura così cupa trasmettono questa sensazione di fine del mondo in cui non hai più alcun controllo, e io volevo catturare proprio quell’incombenza, quella specifica energia. Abbiamo scritto e registrato molte canzoni del disco in un giorno solo, per “Plastic Couch” invece è stata una giornata bella lunga, al punto che ho registrato le voci alla fine, forse verso le 8 o le 9 di sera. Ero così stanca che continuavo a sbagliare la mia stessa melodia, ed ero davvero frustrata. Poi mi sono detta, “sai cosa? Questa stanchezza, e il modo un po’ strano in cui sto cantando, stanno venendo fuori così per un motivo. Asseconderò questa sensazione e ci lavorerò sopra, piuttosto che combatterla”.

Trovo che tu abbia dei testi molto immediati e visivi. Mi viene in mente, per esempio, “Black crow, fix of dawn / Kiss of death, siren song” in “Applefish”. Mi chiedevo se ci fossero artisti, cantautori o poeti il cui stile ti ispira particolarmente.

Violet Grohl: Sono sempre stata molto attratta dagli artisti con un approccio visivo alla scrittura, Björk in primis: il suo modo di scrivere testi è incredibile e unico, specie per come riesce a prendere sentimenti apparentemente banali e renderli enormi e complessi. Semplicemente spettacolare. I testi di “Homogenic”, in particolare, mi sono stati di grande ispirazione per diverso tempo.

Un altro artista con cui sento una profonda risonanza è Jeff Buckley, perché riusciva a dipingere meravigliose immagini pur rimanendo incredibilmente vulnerabile e onesto. È raro trovare oggi qualcuno che riesca ad essere così reale e crudo, creando musica che ti strappa il cuore. Poi, beh, c’è Elliott Smith. Elliott e Jeff per me vanno un po’ di pari passo, sebbene siano molto diversi. Elliott aveva una prospettiva follemente poetica su tutto, era in grado di scavare dentro di sé per tirare fuori sentimenti orribili e scriverne in un modo bellissimo, quasi come se fossero delle ninne nanne. È un superpotere. Aggiungerei anche Kim Deal, PJ Harvey, Sinéad O’Connor e band come i B-52s.

Il video di “595” mi ha ricordato molto i lavori di David Lynch, in particolare “Twin Peaks” e “Mulholland” Drive. Visto che Lynch è una delle tue grandi ispirazioni, c’è una sua opera che senti più vicina al tuo universo musicale?

Violet Grohl: In generale direi “Twin Peaks”. Ha questi sottotoni affascinanti, seppur radicati nel mondo reale… Diventa tutto incredibilmente profondo se ti immergi veramente nei personaggi e negli scritti di Mark Frost e David Lynch sulla realizzazione della serie. Credo sia questo il motivo per cui amo il suo lavoro: c’è questa prospettiva astratta, ma le storie e i soggetti fanno parte della vita quotidiana americana; semplicemente, non è ciò che vedi di solito. Un altro suo lavoro che amo alla follia è “Blue Velvet”, l’estetica e la sceneggiatura sono incredibili. Ha tutti questi magnifici elementi horror, ma fa paura proprio perché è reale; non c’è il mostro o l’entità paranormale, ci sono esseri umani veri che compiono azioni terribili. Lo trovo super avvincente, è come uno specchio puntato in faccia a tutti noi. Quando ho guardato “Twin Peaks” per la prima volta ho scoperto un mondo, sono finita in un loop senza fine!

Ed eccoci alla nostra ultima domanda: al momento sei in tour! Visto che creare una scaletta può essere considerata una forma d’arte a sé stante, come crei la setlist per i tuoi spettacoli? Che tipo di viaggio vorresti far vivere a chi viene ad ascoltarti?

Violet Grohl: Quando io e la mia band ci raduniamo per arrangiare lo show, pensiamo prima di tutto alle componenti musicali: come sono le transizioni di tonalità? C’è bisogno di un’accordatura diversa? Dobbiamo fare un cambio di chitarra? Poi bilanciamo questo aspetto tecnico con l’energia: a che livello di intensità vogliamo arrivare in quel momento specifico del concerto? Vogliamo partire carichi, abbassare un po’ il ritmo e poi rialzarlo, oppure spingere al massimo dall’inizio alla fine? Personalmente, amo queste dinamiche, e adoro cavalcare l’onda: iniziare con un picco di energia, scendere per creare un’atmosfera più intima e magari un po’ malinconica, per poi tornare su a colpi di distorsione, chitarra, basso e batteria.


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