Gina massacrata con il coltello da pallo dal marito che non ha mai denunciato. «Ma non è un femminicidio»

LORETO Uccisa a coltellate dal marito ma per la Procura non è femmincidio. Sulla morte di Luigia Fortunato, per tutti Gina, la 33enne trovata morta giovedì sera nell’appartamento dove viveva in via Bramante 194, il pubblico ministero Rosario Lioniello ha contestato per ora solo l’omicidio volontario con arma, vale a dire il coltello da pollo con cui la donna è stata colpita con molti fendenti. A far propendere la pubblica accusa su questa decisione è stata la mancanza di denunce o segnalazioni di maltrattamenti e prevaricazioni effettuate dal marito durante la loro convivenza.
L’accusa
La stessa madre di Gina quella sera si è allontanata dall’abitazione della coppia con il loro figlio di 8 anni per non farlo assistere al litigio che era in corso.
Un atteggiamento che non ha fatto pensare a un imminente pericolo per la 33enne, nemmeno per sua madre. Questo depone contro il reato di femminicido ma non è escluso che nel corso delle indagini, appena iniziate, la Procura non riveda l’imputazione contestandolo qualora arrivino parenti, familiari o amici che possano confermare eventuali maltrattamenti subiti dalla vittima.
Il reato di femminicidio, introdotto in Italia a dicembre scorso con un’apposita legge (nel codice penale è l’articolo 577 bis), riconosce la matrice di genere: punire l’omicidio commesso per odio, discriminazione, prevaricazione o per motivi di controllo e possesso. «È l’atto finale di una violenza sistematica radicata in una cultura patriarcale – spiega l’avvocata penalista Marina Magistrelli – e a differenza dell’omicidio classico è punito con la pena dell’ergastolo. L’omicidio invece è punito con una pena non inferiore a 21 anni di reclusione aumentata fino alla metà se è commesso con armi.
Nell’omicidio classico l’ergastolo può essere inflitto solo in presenza di determinate aggravanti speciali come la premeditazione, i futili motivi o la particolare crudeltà». Per domani mattina intanto è stata fissata la convalida del fermo davanti al gip per il marito della vittima, Sami Khemaies, 39 anni, tunisino. Si terrà alle 9.15 con l’indagato e il suo avvocato Simone Matraxia collegati con il tribunale in video, dal carcere di Montacuto.
La difesa
Non è chiaro se Khemaies risponderà alle domande del giudice (sembrerebbe intenzionato a collaborare) o se preferirà il silenzio. Il suo legale intanto ha presentato un’istanza al pubblico ministero Lionello dove chiede di verificare la compatibilità di una ferita da taglio che il suo assistito ha a una mano e che si sarebbe procurato togliendo il coltello alla moglie mentre la donna lo minacciava (stando al tunisino) durante il litigio scoppiato in casa. Khemaies in Italia non avrebbe nessun parente, ha un fratello in Tunisia.
La vicenda
La coppia si era sposata nel 2015, nel 2018 era nato il loro bambino ma già nel 2020 era subentrata la crisi per i problemi che il 39enne aveva con la giustizia per via della droga. Gina lo aveva ripreso in casa, anche se vivevano da separati, per il bene del figlio.
Non voleva far crescere il bambino senza un padre. Giovedì sera, prima dell’omicidio, la coppia aveva ripreso a litigare per una questione che riguardava il centro estivo frequentato a Castelfidardo dal bambino. Dei compagni lo avrebbero insultato pesantemente e il padre, che lo era andato a prendere trovandolo in lacrime, aveva fatto una scenata agli educatori. La moglie lo era venuto a sapere e per due giorni l’accaduto è stato al centro di litigi in casa, a cui avrebbe partecipato anche la suocera, la madre di Gina, prendendo le difese della figlia. Dopo quell’alterco il centro estivo non sarebbe stato più disposto a prendere il bambino.




