«Io come Davide contro Golia. Vivo nella sobrietà»
Rompe il silenzio dal confino delle mura domestiche, dove si trova recluso in regime di arresti domiciliari, e affida la sua durissima controffensiva a una nota ufficiale diffusa dal suo avvocato.
Mario Adinolfi, giornalista, scrittore e leader nazionale del movimento politico cattolico Il Popolo della Famiglia, respinge in blocco le accuse di truffa aggravata ed evasione fiscale internazionale che due giorni fa hanno fatto scattare il blitz della Guardia di Finanza di Roma su ordine della Procura di piazzale Clodio.
«Sto affrontando questa dolorosa vicenda con assoluta serenità d’animo», fa sapere Adinolfi, spiegando di trovare forza nella preghiera, nella fede cattolica e nelle centinaia di attestati di solidarietà ricevuti.
Per il fondatore del movimento pro-life, l’intera inchiesta giudiziaria è «una profonda e colossale ingiustizia» che sta colpendo la sua persona e la sua famiglia. Per descrivere l’isolamento e la disparità delle forze in campo, Adinolfi azzarda un paragone biblico: «Mi sento come Davide nello scontro contro il gigante Golia».
Il sasso del leader politico è diretto soprattutto contro il sistema dell’informazione. Nella sua ricostruzione, Adinolfi denuncia a chiare lettere una «palese violazione del segreto istruttorio», lamentando come i dettagli più intimi dell’ordinanza di custodia cautelare siano finiti sulle prime pagine dei quotidiani prima ancora che la difesa potesse prenderne visione.
Nel mirino c’è la narrazione giornalistica, accusata di aver allestito un vero e proprio “processo sommario” in tv e sui social network, considerandolo già colpevole senza attendere il verdetto delle aule di giustizia.
La smentita sui lingotti d’oro e il nodo delle scommesse
Il leader del Popolo della Famiglia contesta punto su punto anche i dettagli emersi circa le presunte ricchezze accumulate all’estero e il suo reale tenore di vita, rispedendo al mittente l’immagine del faccendiere dai facili costumi:
«Vivo in maniera estremamente sobria e modesta. Non ho mai acquistato beni di lusso, orologi d’oro da collezione, opere d’arte di valore, lingotti o imbarcazioni, né tantomeno ho mai trascorso vacanze esclusive in resort all’estero. Al termine della lunghissima perquisizione che i militari delle Fiamme Gialle hanno eseguito nella mia abitazione, gli investigatori hanno sequestrato esclusivamente faldoni di documentazione cartacea e una singola carta bancomat».
Adinolfi affronta poi il delicato capitolo del gioco d’azzardo e del poker delle scommesse, da sempre una delle sue grandi passioni pubbliche. Il giornalista riconosce di aver partecipato per moltissimi anni a giochi collettivi e tornei di carte, ma nega con forza di aver mai organizzato attività clandestine o di aver tratto profitti personali a discapito di terzi, derubricando le ricostruzioni della Procura a “fantasie interpretative”.
La difesa punta al Riesame: «Nessun pericolo di fuga»
Sul fronte puramente giudiziario, il suo difensore, l’avvocato Riccardo Di Lorenzo, sta limando gli ultimi dettagli del ricorso che depositerà nelle prossime ore davanti al Tribunale del Riesame di Roma.
La strategia difensiva punta all’immediata revoca dei domiciliari. Secondo il legale, infatti, mancherebbero del tutto i presupposti di legge per la misura cautelare: non esisterebbe alcun pericolo di fuga all’estero, né di inquinamento delle prove (già tutte sequestrate) o di reiterazione di reati della stessa specie.
Il paradosso del Pride: il commento di Francesca Pascale
Il caso del leader ultracattolico ha scosso trasversalmente la politica romana, provocando reazioni inattese. A intervenire con una netta presa di posizione garantista è stata Francesca Pascale, che solo poche settimane fa era stata protagonista con Adinolfi di un clamoroso e provocatorio bacio sulle labbra sul carro del Roma Pride, simbolo dell’unione oltre gli schieramenti civili.
«Sarà solo la magistratura a dover accertare le eventuali responsabilità penali nelle sedi opportune», dichiara l’ex compagna di Silvio Berlusconi. «Le mie idee sui diritti LGBTQ+ restano diametralmente opposte e distanti anni luce dalle sue, ma in questo momento prevale il mio essere profondamente garantista. Bisogna attendere il processo prima di condannare un uomo».
Sulla stessa lunghezza d’onda si schierano anche i Radicali, che in una nota ufficiale censurano la «crescente e inaccettabile gogna mediatica» a cui è stato sottoposto l’indagato, ricordando che la presunzione d’innocenza costituisce un pilastro intoccabile dello Stato di diritto. Le indagini preliminari sono tuttora in corso.
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