la ricchezza soffoca il talento
Il canto del cigno. Quel rigore segnato da Neymar a partita ormai finita, e tirato come gli ex campioni in pensione li tirano nelle partite di esibizione fra vecchie glorie, è la fotografia perfetta di che cosa è diventato oggi il calcio brasiliano: una galleria di rimpianti per il talento purissimo che ormai non c’è quasi più e di buoni propositi che si infrangono sulla barriera del vorrei ma non posso. Neymar a questo Mondiale non doveva neppure partecipare. Sono due anni che trascorre molto più in tempo in infermeria che non solo in campo, ma persino più che in palestra a fare riabilitazione. È stato convocato a furor di popolo, fra le perplessità dello stesso Ancelotti, un po’ perché davvero è l’unico rimasto a ricordare il futebol bailado del passato e un po’ quasi come risarcimento per una carriera che sarebbe potuta essere molto migliore, soprattutto in nazionale, se non fosse stato bersagliato dalla sfortuna.
Il Brasile è già fuori, maltrattato dalla Norvegia. Neppure il progetto Ancelotti per ora ha decollato. Un tentativo estremo di “normalizzazione” della Selecao. Se il talento non c’è più, proviamo a farne una nazionale all’europea, ben preparata fisicamente e con un’organizzazione di gioco che consenta di nascondere le lacune principali, e affidiamola all’allenatore più vincente, più affidabile e più esperto che c’è al mondo. Non è andata, anche perché, probabilmente, a livello di nazionale, neppure il migliore commissario tecnico possibile è in grado di venire a capo delle deficienze strutturali di sistema. Ne abbiamo avute già numerose prove in Italia, dove sì qualche volta si è sbagliata la scelta del ct, ma dove pure allenatori dalla carriera indiscutibile come Spalletti, o il Mancini del dopo-europeo, o lo stesso Conte prima delle mancate qualificazioni mondiali, hanno sostanzialmente fallito gli obiettivi.
Il piano conservativo di Ancelotti di venire a capo della Norvegia lasciandole il controllo del gioco e puntando sul recupero palla e le sortite dei suoi velocisti non ha funzionato. A parte Vinicius, che ha fatto il suo ma non è stato mai sostenuto dalla squadra, hanno fallito soprattutto i giovani Rayan ed Endrick, autentico mangiagol. Una squadra che, nel suo complesso, ha dovuto scontare la mancanza di qualità (i terzini, soprattutto, impresentabili) e il logorio di certi giocatori fondamentali (Casemiro e, a sorpresa, Gabriel su tutti). Il resto lo hanno fatto le parate precise di Nyland e la spietata prepotenza di Haaland, lui sì un fenomeno assoluto, come ci dicono i 7 gol nelle sue prime 4 partite mondiali. Ma anche i cambi del ct Solbakken che ha azzeccato soprattutto, dopo il primo tempo, la sostituzione delle due ali titolari. Mentre Ancelotti è sembrato andare un po’ a caso, con mosse quasi della disperazione, come l’ingresso di Neymar per fargli fare il centravanti. E, a volerla dire tutta, pure la decisione di assegnare il primo rigore a Bruno Guimaraes (3 soli rigori tirati in tutta la sua lunga carriera), anziché a Vinicius, è parsa incomprensibile.
Il Brasile quindi arriva così a 24 anni senza titoli mondiali, saranno 28 prima del prossimo appuntamento del 2030, un record negativo. E la Selecao griffata Ancelotti ha fatto peggio delle due precedenti, uscite a livello dei quarti e non degli ottavi di finale, sempre comunque per mano di nazionali europee sulla carta non trascendentali, come Belgio e Croazia. Una scia di delusioni cocenti che pone in discussione l’intero movimento. Non senza però doversi confrontare con una situazione che presenta aspetti paradossali.
Parallelamente agli insuccessi della nazionale, il calcio brasiliano sta vivendo una fase di trasformazione profonda. Da una parte, non sembra più essere la fucina di talenti che il mondo ha sempre ammirato, dall’altra sta diventando, negli ultimi anni, un mercato in espansione economica, capace di attrarre capitali internazionali, competere per gli acquisti con i grandi campionati europei e, addirittura, cominciare a ricomprare i propri gioielli. Una crescita che tuttavia convive con un sistema finanziario ancora fragile, oltre che con una Selecao in piena crisi.
Negli ultimi tre anni il giro d’affari della Serie A brasiliana è praticamente raddoppiato. L’ultimo fatturato aggregato ha raggiunto i 2,73 miliardi di dollari, con un aumento del 44% in soli dodici mesi. Il club più ricco, il Flamengo, ha raggiunto i 380 milioni di dollari di ricavi annui. Per fare un paragone, il Napoli è poco sopra i 290 milioni di euro. Attenzione però alla composizione di questa crescita. Una parte rilevante delle nuove entrate non è strutturale: 612 milioni di euro, il 27% del totale, sono arrivati dai trasferimenti di giocatori, mentre altri 255 milioni sono stati la somma dei premi di partecipazione a competizioni, di cui 131 milioni legati alla presenza di quattro club brasiliani al Mondiale per Club del 2025. Si rafforzano comunque le entrate commerciali, 479 milioni, il 21% del totale, un terzo delle quali proviene da sponsorizzazioni legate alle case di scommesse. Uno sviluppo che si accompagna peraltro a una crescita dei debiti delle società, che ormai sfiorano i 3 miliardi (sempre meno di quelli della Serie A italiana, che arrivano quasi a 5 miliardi). Per farvi fronte, la Federcalcio brasiliana ha introdotto quest’anno un sistema di controllo finanziario sul modello del Financial Fair Play Uefa: impone un tetto alle perdite tollerate, pari al 2,5% delle entrate operative, anche se prevede un periodo di adeguamento fino a quattro anni.
Il Brasileirão è oggi diventato il secondo campionato al mondo per spesa nel mercato trasferimenti, preceduto soltanto dalla inarrivabile Premier League e superando per la prima volta la Serie A italiana, pur restando nel contempo il Brasile il Paese che esporta il maggior numero di calciatori nel mondo. Il trasferimento in entrata simbolo è quello di Paquetá, titolare nella squadra di Ancelotti: il Flamengo ha pagato 42 milioni di euro per riportarlo in Brasile dal West Ham. Non un caso isolato.
Il tutto avviene in un contesto normativo cambiato radicalmente: una legge del 2021 ha introdotto le SAF (Sociedade Anônima do Futebol), trasformando i club da associazioni non profit in società aperte a investitori esterni. Una riforma che ha permesso a fondi e proprietari internazionali – su tutti John Textor, che attraverso la holding Eagle Football controlla ora il Botafogo, oltre al Lione – di entrare nel calcio verdeoro con logiche manageriali importate dal calcio europeo. Tutto questo ha consentito al Brasileirao di diventare il sesto campionato al mondo per forza economica, dopo i Top Five europei.
Ma mentre il movimento cresce a doppia cifra e domina il continente – le squadre brasiliane hanno vinto otto delle ultime nove edizioni della Copa Libertadores – la Seleção va a fondo. Già il percorso di qualificazione al Mondiale 2026 era stato tra i più difficili della storia: il Brasile aveva chiuso il girone sudamericano al quinto posto, con sei sconfitte complessive. Mancano i ricambi, nonostante Federcalcio e club negli ultimi anni abbiano aumentato gli investimenti su settori giovanili e Academy. E’ che nel frattempo è sparito, o quasi, il calcio di strada. In passato, i campioni brasiliani si formavano giocando ore e ore sotto casa o nei campetti sterrati delle favelas. Un ambiente che sviluppava creatività, istinto e quelle doti di sfrontatezza tattica che erano tipiche del calcio verdeoro. L’urbanizzazione selvaggia, l’insicurezza diffusa e la stessa diffusione di tecnologie e social hanno ridotto questi spazi di gioco libero. Oggi i bambini che un po’ mostrano di saperci fare già a 7-8 anni entrano nelle Academy e nei vivai dei club professionistici, che tendono a copiare i metodi europei, concentrandosi troppo precocemente su forza fisica e atletismo, a discapito della fantasia e impongono subito schemi tattici piuttosto rigidi, che castrano l’inventiva naturale del calciatore brasiliano. Insomma, un po’ come da noi.
E così il paradosso si compie: il Brasile calcisticamente più benestante che mai, è il più povero di sempre in quanto a talento. Una squadra senza qualità che si sta abituando a tornare a casa presto.
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