Addio compiti a casa? Luciano Floridi: “O cambiamo la scuola o ChatGPT ci prenderà in giro tutti”

Provate a pensarci. Fino a pochi anni fa, se volevate un parere su un acquisto su eBay o una diagnosi medica, vi affidavate all’esperienza umana o alla vostra ricerca. Oggi, invece, molti di noi tirano fuori lo smartphone, aprono ChatGPT e chiedono: “Quanto vale questo oggetto?” o “Quali sono i miei sintomi?”.
Ma secondo Luciano Floridi, uno dei più importanti filosofi del digitale al mondo, questo è un approccio che può rivelarsi pericoloso. L’errore di partenza, spiega il professore dell’Università di Yale, è concettuale. “L’intelligenza artificiale non è intelligenza,” ripete. Non è un’avversione per i termini, ma una constatazione che cambia tutto il nostro rapporto con la tecnologia.
L’inganno del nome: una capacità di agire senza capire
Per Floridi, il termine “intelligenza” è fuorviante e perfino suggestivo. Pensare che un modello come GPT sia intelligente, anche solo come un topo, ci porta a credere di poterlo educare, premiare o punire. Ma non funziona così.
“Se fosse veramente intelligente, dormiremmo tranquilli,” scherza Floridi. “Affideremmo il problema a un’intelligenza superiore. Invece, la verità è che queste macchine fanno cose incredibili con zero intelligenza.”
La svolta sta nel capire che l’AI è una capacità di agire, non di capire. Funziona benissimo in un mondo che abbiamo progettato apposta per lei: codici a barre, siti web leggibili dalle macchine, logistica automatizzata. Noi ci siamo adattati a loro, costruendo un ambiente digitale “amico” dell’algoritmo.
Ecco il paradosso: se dovessimo parcheggiare un’auto o gestire una logistica complessa con zero intelligenza, faremmo disastri. Ma la macchina, in un ambiente a lei congeniale, lo fa alla perfezione. Il pericolo, quindi, non è che le macchine ci prendano il posto, ma che siamo noi a doverci adattare ai loro errori e al loro funzionamento. Quando il bot non capisce cosa chiediamo, non è lui a sbagliare: siamo noi che non abbiamo formulato la domanda nel modo che lui “digerisce”.
La scuola e il problema del “saggio industriale”
Uno dei campi più esplosivi è quello dell’educazione. Il professore lancia una provocazione diretta a genitori e insegnanti: se la scuola chiede agli studenti di produrre un “oggetto” chiamato saggio, e questo deve avere determinate caratteristiche formali, lo studente razionale userà lo strumento migliore per produrlo. Ed è l’AI.
La soluzione, per Floridi, non è vietare ChatGPT, ma cambiare la domanda.
“Basta chiedere oggetti industriali. I saggi scritti con ChatGPT sono puliti, ben fatti, ma sono anonimi. Non riconosco Maria o Giovanni. Quello che dobbiamo recuperare è il rapporto umano: il dialogo, l’interrogazione, il colloquio.”
Il vero problema è che se la scuola si riduce a una catena di montaggio (studente produce, professore valuta), allora è finita: lo studente scrive con l’AI e il professore potrebbe correggere con l’AI. Un cortocircuito che annulla il senso stesso dell’apprendimento. La soluzione, suggerisce Floridi, è insegnare ai ragazzi a essere padroni delle domande, a controllare le risposte e, soprattutto, a chiedersi: “Che cosa ci faccio con questa risposta?”.
Il lavoro non è una torta finita
E il timore più grande: l’AI ci ruberà il lavoro? La risposta del filosofo è un “ni” che fa riflettere. “Il lavoro non è una torta finita,” taglia corto. L’idea che una macchina prenda una fetta e lasci meno spazio all’uomo è, per usare le sue parole, “una sciocchezza”.
L’AI sta trasformando i lavori in modo profondo e velocissimo. Ma se guardiamo ai dati, i Paesi più avanzati nell’automazione (Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud) non hanno visto un’impennata della disoccupazione. Il problema reale, oggi, non è la mancanza di posti di lavoro, ma il disallineamento tra domanda e offerta.
“Abbiamo un’enorme domanda di lavoro e non abbiamo offerta,” spiega. “Negli Stati Uniti mancano centinaia di migliaia di camionisti, nonostante l’arrivo annunciato dei camion autonomi.”
La soluzione, per Floridi, non è il New Deal o il reddito universale fine a sé stesso, ma la formazione. Up-skilling, re-skilling: investire sulle competenze per riallineare il mercato.
Deep fake e la fine della fiducia
Sui deep fake e le notizie false, Floridi prevede un futuro in cui la nostra cultura cambierà radicalmente. “Vivremo 365 giorni di primo aprile,” dice. Saremo più scettici, più cinici, ma anche più menefreghisti. Se un video del Presidente dice una cosa, ci chiederemo: è vero o è un fake?
La lotta sarà tecnologica: da un lato i “bollini” di autenticità, dall’altro gli antivirus dei fake che scopriranno le manipolazioni. Ma alla fine, il professore vede una via d’uscita. “Avremo bisogno di regole, come quelle che abbiamo per il cibo,” conclude. Regole severe per il consumo di informazioni, che creeranno una cultura diversa, più attenta e consapevole.
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