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Deep Purple – Splat!: La prova del nove dei maestri hard-rock :: Le Recensioni di OndaRock

La nona metamorfosi dei veterani dell’hard-rock procede imperterrita. Con l’ingresso del nuovo chitarrista Simon McBride, la storica corazzata britannica sembra aver capitalizzato lo slancio creativo del precedente album “= 1”, traducendolo in una rinnovata urgenza espressiva. Non solo i Deep Purple hanno riconquistato i vertici delle classifiche, ma hanno raccolto consensi critici insoliti per una band così longeva.

Squadra che vince non si cambia! “Splat!”, schiera dunque lo stesso organico del precedente album: Ian Gillan (voce), Roger Glover (basso), Ian Paice (batteria), Don Airey (tastiere) e Simon McBride (chitarra). Al timone della produzione siede ancora una volta il demiurgo Bob Ezrin, artefice supremo di un’alchimia sonora capace di fondere grandeur tecnica ed esuberanza esecutiva, lambendo la leggenda senza mai scivolare nelle secche dell’autoparodia o del grottesco.
Con “Splat!” il gruppo dà prova di vigore e mestiere, proponendo una serie di brani che, pur assestandosi sui minutaggi agili e radiofonici dei tre o quattro minuti, risultano densi di stratificazioni strumentali e privi di tempi morti. Di questa felice capacità di sintesi si fa manifesto il fulmineo singolo apripista, “Arrogant Boy”: una scarica di pura adrenalina in cui l’inossidabile sezione ritmica di Glover e Paice macina battute a velocità supersonica, mentre Don Airey lancia l’organo in un’autentica cavalcata d’altri tempi sulla scia di “Highway Star”, spalleggiato dai pirotecnici assolo di McBride, virtuosismi che molti apprendisti rocker stanno già cercando di imitare. Il tutto in soli tre minuti e diciotto secondi.

Senza rischiare di cadere nella prevedibilità, anche il nuovo singolo “Diablo”(la storia di un gondoliere) in parte convince, grazie a una performance vocale grintosa e a un intermezzo strumentale di pregevole fattura, dove il surrealismo del testo viene sapientemente bilanciato dal rigore esecutivo.
“Splat!” è un album che offre molto più di quanto sia lecito pretendere da un gruppo di quasi ottuagenari. Il crescendo vertiginoso di “The Only Horse In Town” è in linea con il passato più glorioso della band, con Airey che insegue sempre di più il mitico Jon Lord. Questa linfa creativa anima tanto la complessa architettura di “Guilt Trippin’” quanto la solida prova d’autore di “The Rider”, anche se è l’epica “Sacred Land” (con il moog che simula un flauto) la traccia destinata a risvegliare la passione dei vecchi fan.

Solido e inossidabile, il nuovo album dei Deep Purple si concede intelligenti e beffarde divagazioni: dall’esuberanza celtic-rock di “Jessica’s Bra”- curioso divertissement lessicale che gioca su un errore di battitura dove bar diventa bra (reggiseno) – sino all’elegante blues-rock dalle venature squisitamente jazz di “The Beating Of Wings”, passando per le cupe e magnetiche atmosfere mediorientali di “The Lunatic”.
Il ventiquattresimo album in studio dei Deep Purple conferma la straordinaria flessibilità e disinvoltura stilistica della formazione Mark IX, capace di bilanciare filologia hard rock e aperture contemporanee. Nel continuum sonoro del disco, episodi come “Scriblin’ Gib’rish” e “Third Call” si distinguono per una gestione dinamica e strutturale di buon livello, assestando il colpo finale con la title track. Un brano che, oltre a un possente giro di basso, mette in mostra un nugolo di idee e spunti per un’infuocata versione live, entrando senza sforzo tra i nuovi classici di una band che ha varcato il confine della senilità senza apparire mai risibile.

05/07/2026


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