Quando lo schermo sostituisce la vita, Alberto Pellai smaschera la trappola che tiene prigionieri i nostri figli. “Non vogliono più uscire”

Di fronte a una platea di genitori, insegnanti ed educatori, Alberto Pellai ha smontato uno ad uno i falsi miti dell’educazione contemporanea, dipingendo il ritratto inquietante di una generazione, la cosiddetta Generazione Zeta, che rischia di crescere “con lo sguardo basso” su uno schermo, anziché “alto verso l’orizzonte”.
Ma qual è il confine tra la tutela dei figli e la loro “prigionia” digitale? E perché oggi gli adolescenti sembrano aver perso il desiderio di uscire nel mondo?
La mutazione antropologica: dall’evasione dalla stanza alla reclusione volontaria
Pellai ha aperto la sua Lectio Magistralis, intitolata “Chi educa i genitori? Crescere figli senza un manuale”, con un’osservazione che ha fatto riflettere il pubblico. Fino a quindici anni fa, il conflitto generazionale era incentrato sul desiderio dei ragazzi di uscire di casa: il motorino, l’orario di rientro, la lotta per stare fuori con il gruppo. La camera da letto era la “prigione” in cui i genitori confinavano i figli come punizione.
Oggi la situazione si è capovolta.
“Il mantra dei genitori è cambiato,” ha spiegato Pellai. “Non si chiedono più come far rientrare i figli la sera, ma come tirarli fuori dalla loro stanza. Il mondo, con le sue mille gratificazioni istantanee, è entrato direttamente nella cameretta”.
L’inversione di rotta, secondo lo psicoterapeuta, ha causato una vera e propria mutazione antropologica. I corpi dei ragazzi si sviluppano prima (il menarca e lo spermarca sono anticipati di diversi anni rispetto al passato), ma i loro funzionamenti cognitivi maturano con un ritmo sempre più lento.
L’epidemia di miopia e il “cervello di Das”: la metafora della crescita
Uno dei dati clinici più sorprendenti citati da Pellai riguarda l’epidemia di miopia. In Italia, un bambino su tre non ha sviluppato una buona capacità di guardare da lontano; a Singapore e Taiwan si raggiungono percentuali vicine al 90%.
“La miopia,” ha affermato il medico, “è la metafora perfetta di ciò che sta accadendo alla crescita. I ragazzi tengono lo sguardo su uno spazio ristretto, sul dispositivo che hanno sempre in mano, e non si allenano a cercare la linea dell’orizzonte, il desiderio. E desiderio, etimologicamente, significa ‘senza stelle’, ma è proprio lo sguardo che si alza in cielo in attesa che appaia una luce”.
Per spiegare il funzionamento del cervello in evoluzione, Pellai ha utilizzato l’immagine del panetto di Das. In età evolutiva, il cervello è morbido e malleabile (neuroplastico), pronto a essere scolpito dalle esperienze. L’adultità, invece, è il momento in cui quel panetto si indurisce: la forma che gli abbiamo dato durante la crescita rimarrà per sempre.
“Il tempo della crescita è un tempo di scultura della mente,” ha detto. “Dobbiamo dare ai nostri figli la miglior forma possibile, perché quella sarà la loro base per tutta la vita adulta”.
La grande fregatura della dopamina: quando lo schermo sostituisce la vita
Il punto centrale dell’analisi di Pellai si è concentrato sul sistema di ricompensa del cervello: la dopamina. Questo neurotrasmettitore, quando viene attivato, dà una sensazione immediata di felicità intensa, ma spesso svincolata dal principio di realtà.
L’esempio della giostra (o del videogioco) è stato illuminante: un bambino che sale sulla giostra non vuole più scendere. La dopamina prende il controllo del suo desiderio. I genitori, per farlo scendere, devono essere disposti a sentirsi dire “cattivi” dal figlio, che urlerà al mondo l’ingiustizia subita.
“Oggi la giostra è entrata nella stanza dei nostri figli,” ha tuonato Pellai. “Si chiama videogioco o scrolling sui social. Si è mangiata il desiderio di leggere, il desiderio di relazionarsi con gli altri, il bisogno di sonno e persino la capacità di tollerare la frustrazione”.
Questo meccanismo ha generato una generazione di adolescenti ansiosi. Mentre la neurobiologia li aveva dotati di un corpo potente e di un cervello affamato di sensazioni (la “fase Mustang”), pronti a esplorare il mondo, la paura degli adulti e la gratificazione istantanea offerta dalla tecnologia li hanno intrappolati nelle loro camere.
Il coraggio di essere genitori “non amici”
A questo punto, Pellai ha lanciato un messaggio diretto ai presenti, in particolare a Sofia, una ragazzina di 12 anni che gli aveva scritto un messaggio arrabbiato su Instagram (usando il profilo della madre), accusandolo di rovinare la vita degli adolescenti.
“Il mio mestiere non mi impone di essere amico degli adolescenti,” ha risposto Pellai. “Mi impone di essere un adulto. Posso essere amichevole, ma non ho l’ansia di essere un amico”.
Secondo lo psicoterapeuta, gli adulti di oggi hanno il dovere di tornare a essere degli “allenatori” della vita, anche a costo di non ricevere applausi. Questo significa insegnare ai figli a tollerare la frustrazione, a leggere anche quando non ne hanno voglia, a fare fatica.
“Oggi i genitori vengono da me a chiedere l’autorizzazione a fare la cosa che serve al proprio figlio, perché temono che lui soffra. Ma insegnare a un figlio a tollerare la frustrazione non ti fa meritare l’applauso. Ti fa dire che sei il peggior genitore del mondo. Dobbiamo imparare a essere un po’ più ‘peggiori’ e un po’ meno gratificanti. È l’unico modo per salvarli dalla dipendenza”.
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