Esami di Stato I grado tra spumante, petardi e l’enfasi dei social: “Stiamo trasformando l’ordinario in straordinario?” Lettera

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una docente di scuola secondaria di primo grado che condivide una riflessione sui festeggiamenti alla fine degli esami di Stato dei propri alunni e delle famiglie, soffermandosi sul ruolo educativo che noi adulti dovremmo (forse) avere.
“Si sono da poco conclusi gli esami di Stato del primo ciclo e, parallelamente, la Maturità sta per archiviare l’anno scolastico 2026. Se per i maturandi la cronaca degli ultimi anni ci ha ormai abituati a una precisa ritualità – tra canzoni scaramantiche la notte prima degli esami, brindisi, ghirlande di fiori e foto di rito alla fine del colloquio – c’è una novità che quest’anno mi ha colpita profondamente e che riguarda i più piccoli, i ragazzi del terzo anno della scuola secondaria di I grado.
Fino a poco tempo fa, l’esame di “terza media” si chiudeva in modo sobrio. Quest’anno, invece, ho assistito a scene che ricalcano in tutto e per tutto i festeggiamenti universitari o della Maturità, amplificate e condivise istante dopo istante sui social.
Il caso: petardi e genitori in piazza
Il giorno stesso della conclusione dei colloqui orali, ben prima della pubblicazione dei tabelloni con i voti finali, la piazza antistante la nostra scuola si è trasformata in un’arena da stadio. Gli alunni di una classe hanno festeggiato a suon di petardi, bottiglie di spumante e tubi di coriandoli.
La cosa insolita per gli esami del terzo ciclo, tuttavia, non è stata solo la foga dei ragazzi, ma il ruolo degli adulti. A stappare le bottiglie e a coordinare i lanci di coriandoli c’erano gli stessi genitori, radunati in massa ad aspettare che l’ultimo candidato della classe varcasse la porta d’uscita.
Subito dopo, la festa si è spostata sulle piattaforme digitali. Ho letto post scritti da mamme e papà pieni di parole altisonanti, orgoglio smisurato ed estrema soddisfazione per il “grande traguardo raggiunto”, persino in casi di performance orali che in commissione avevamo vissuto quasi come scene mute. Il tutto è stato narrato come un’impresa epica ed eroica, ben oltre il normale percorso di crescita e di studio di un tredi/quattordicenne.
Una riflessione pedagogica: l’iper-semplificazione e la perdita dell’ordinario
È innegabile che nell’era degli smartphone sia immediato catturare un momento e postarlo. Ma la domanda che mi pongo, da insegnante e da educatrice, è questa: siamo sicuri che enfatizzare così tanto un evento importante, ma che fa comunque parte del normale e ordinario percorso di vita, sia davvero costruttivo per i nostri ragazzi?
Aiutiamo davvero i nostri figli a crescere proteggendoli sotto una campana di vetro fatta di successi epocali anche quando non ci sono?
Dove è finita la sana, vecchia pacca sulla spalla? Quel modo semplice e concreto di dire: “Bene, un passo è fatto, adesso si va avanti! Continua così”, oppure, per chi ha faticato di più: “Si apre un nuovo capitolo, stavolta vedi di iniziare con il piede giusto”?
Oggi preferiamo ricoprirli di paroloni orpelleggianti e retorici, dediche social kilometriche che, molto spesso, i diretti interessati non si fermano neanche a leggere.
Festeggiare è un diritto, ma occhio all’effetto pedagogico
Fornire una risposta univoca è difficile. Le modalità di espressione dell’affetto e della gioia sono estremamente soggettive e personali, ed è sempre legittimo e bellissimo celebrare la fine di un percorso.
Il punto su cui vorrei invitare la comunità scolastica e le famiglie a riflettere è puramente pedagogico ed educativo: sdoganare l’idea che ogni minima tappa della crescita sia un evento straordinario rischia di togliere ai ragazzi il valore della resilienza. Se tutto è un successo da copertina, come gestiranno i normali fallimenti che la vita inevitabilmente presenterà loro?
Forse, restituire all’esame la sua dimensione di “normale amministrazione” della crescita li aiuterebbe a diventare adulti più solidi e consapevoli? Poi, certamente, è sempre bello festeggiare ed esprimere la gioia che si prova”.
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