Piemonte

la Torino senza tempo di Giorgio Luigi – Torino Oggi


Nel 1961, Torino era una città che si muoveva quasi interamente al ritmo delle linee di produzione della Fiat. Quando Giorgio Luigi vi arrivò da Guardia Perticara, un piccolo paese inerpicato sulle colline della Basilicata, il percorso sembrava già tracciato. Iniziò anche lui dentro le grandi officine della casa della Cinquecento, ma quel destino da dipendente, scandito dal suono della sirena, gli andava stretto.

Dalla catena di montaggio alla licenza numero 1

Decise così di mettersi in proprio come ambulante, scommettendo su una Torino che, nel tempo libero, cercava ancora le cose semplici. 

La sua prima intuizione commerciale ebbe come teatro lo stadio Comunale. Giorgio riuscì a ottenere la licenza numero uno per posizionarsi fuori dall’impianto nei giorni delle partite: divenne a tutti gli effetti il primo vero paninaro dello stadio, vendendo cibo e bevande ai tifosi granata. E lì si costruì anche la sua fede calcistica, figlia più di un principio di giustizia che di una vera passione per il pallone.

​”Quando sono arrivato a Torino prendevi la Stampa e c’era solo Juve, Juve, Juve- racconta Giorgio – in penultima pagina solo un trafiletto del Toro“. Fu così che scelse di schierarsi dalla parte dei meno pubblicizzati dai giornali.

​Dallo stadio allo spazio verde più importante della città il passo fu breve. Giorgio spostò la sua attività al Parco del Valentino, dove inaugurò un chiosco mobile sotto gli alberi, proprio di fronte alla zona dove oggi si trovano le scuderie con i cavalli della polizia. 

Il suo camion-bar divenne un punto di riferimento per le serate estive, tanto da meritarsi un trafiletto sui giornali locali.

L’intuizione a Milano e i primi dieci risciò

​L’idea che avrebbe cambiato per sempre la sua vita arrivò però a metà degli anni Ottanta, durante una trasferta al Salone di Milano quando notò, esposti per la prima volta nello stand di una ditta di Rimini, dei prototipi di risciò a pedali. 

In Piemonte non si era mai visto nulla di simile. Intuì subito che quel mezzo insolito e collettivo si sarebbe sposato alla perfezione con i viali del Valentino. Contattò la ditta e decise di acquistarne dieci per portarli a Torino.

​Il piano logistico venne studiato per offrire un servizio vero e proprio e non un semplice intrattenimento. Cinque risciò vennero posizionati vicino al Castello, sotto la sua gestione, mentre gli altri cinque furono disposti vicino allo chalet e affidati alla sua convivente dell’epoca. 

Chi veniva a visitare il castello lo prendeva qua, lo lasciava là e viceversa“, spiega Giorgio. E con questo scopo funziona ancora oggi permettendo a famiglie, bambini e anziani di salire a bordo a un ingresso del parco e lasciare il mezzo all’estremità opposta, liberi di proseguire la passeggiata a piedi.

Il vuoto della pandemia e la rinascita elettrica

Nel 2000, per via di alcuni problemi di salute, Giorgio decise che era arrivato il momento di fermarsi. Poi è arrivata la pandemia, che ha svuotato i viali, imposto il distanziamento e cancellato anche le ultime attività storiche rimaste nel parco.

​Nel 2022, a ottantadue anni passati, Giorgio è tornato a camminare tra i viali della sua giovinezza e ha trovato uno scenario desolante. “Arrivo qua, vedo il Valentino solo, desolato, non c’era più nessuno“, ricorda.

Davanti a quel vuoto, ha deciso di riaprire la ditta individuale e rimettersi in gioco, portando con sé una novità importante: i risciò a pedalata assistita. I motori elettrici servono a rendere i mezzi inclusivi, permettendo a chiunque, anche a chi non ha la forza di spingere sui pedali, di affrontare le pendenze del parco.

​Oggi, a ottantaquattro anni Giorgio è ancora fermo al suo posto di comando. Gestisce diversi risciò vicino al Castello, mentre sua figlia ne cura altri cinque posizionati di fronte alla Latteria Svizzera, ricreando quel vecchio asse logistico degli anni Ottanta. 

Nel frattempo altri hanno aperto le loro ditte individuali e gestiscono altre flotte di mezzi. Nonostante molta acqua sia passata lungo il Po e il Valentino stia subendo un’importante mutazione, all’ombra degli stessi platani, tutto sembra essere immutato. 

​Non ci sono uffici o strutture fisse: c’è un tavolino di plastica all’aperto che fa da scrivania per il registro, il registratore di cassa e il POS per i pagamenti elettronici, a cui Giorgio ha dovuto abituarsi nonostante l’età. “A questa età ho dovuto adattarmi a tutte queste tecnologie. Ma sono contentissimo“.

Uno sguardo ottimista oltre le transenne del cantiere

​Tutto intorno, il Valentino si presenta come un cantiere a cielo aperto che si prepara a cambiare volto. Sono in corso i grandi interventi di riqualificazione a cui Giorgio guarda con favore: “Stanno facendo delle cose belle, molto belle“, dice con sincerità e osserva questa trasformazione dal suo angolo preferito, convinto che quando i cantieri chiuderanno e il Borgo medievale riaprirà, l’intera area diventerà qualcosa di straordinario, pronta ad accogliere i turisti su una flotta di risciò 

​I clienti arrivano, pagano cinque euro a testa per un giro e tornano indietro entusiasti. Questo basta a Giorgio per giustificare la fatica di essere lì ogni mattina. “A ottantaquattro anni non voglio essere affarista“, conclude sorridendo. “Il mio obiettivo è dare un punto di servizio al Valentino, in modo che il turista che viene abbia un bel ricordo. Finché Dio mi dà la forza di alzarmi la mattina continuerò a fare quello che faccio“.




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