Un pallone da calcio per Papa Leone, la storia di Leo commuove il mondo
L’aereo con a bordo il Papa è atterrato a Ciampino poco dopo le due di pomeriggio. E la visita del Santo Padre alle Pelagie passa dalla cronaca alla storia. 13 anni dopo il viaggio di Francesco I, la visita di Leone XIV è tutta scandita da gesti simbolici e da parole destinate a restare scolpite nell’agenda della politica europea ed italiana. Fiori sulle tombe, l’attraversamento della porta d’Europa che conduce idealmente dall’Africa al Vecchio Continente, la sosta in preghiera sugli scogli scrutando il mare che da pericolo può diventare opportunità e speranza. E in questa cornice si è inserito un altro simbolo potente: un pallone.
É stato Leo, dieci anni, lampedusano per forza essendo sbarcato qui appena nato a consegnarlo a Leone poco dopo il suo atterraggio sull’isola, ancora prima di recarsi all’opera di Mimmo Paladino in ceramica e ferro che potentemente simboleggia tutte quelle soglie che se aperte, introducono, integrano, accolgono. «Caro Papa – ha scritto Leo nella letterina che ha riposto fiducioso nella mani del Pontefice assieme al pallone – sono super emozionato di incontrarti! Dicei anni fa la mia storia è iniziata qui a Lampedusa. Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma. Mi dicono che ho smesso di piangere solo quando mi hanno dato un pallone fatto di carta, da quel giorno il pallone è rimasto nel mio cuore e io non ho smesso di giocare».
«Spero tanto – prosegue il testo – che questa palla che ti regalo adesso possa arrivare a un altro bambino e farlo felice proprio come me. Grazie, Leo». In una ideale continuazione infatti, Leone si è recato poi alla Porta d’Europa tenendo per mano una bimba migrante ancora più piccola di Leo: Prevost sogna che i gesti che hanno salvato alcuni salvino oggi e domani altri. Lo ha spiegato lui stesso nel saluto all’isola appena arrivato: «Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti». «Ma i gesti – ha sottolineato -, per essere umani, hanno bisogno di un cuore». Quello grande dei volontari e degli operatori umanitari che Leo ha trovato quando era solo un neonato lasciato da una mamma disperata in un barcone puntato in direzione della terraferma.
Source link




