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Confessions II: Il ritorno alla pista della material girl :: Le Recensioni di OndaRock

Negli ultimi cinque lustri, la carriera della regina del pop degli anni 80 e 90 ha vissuto alti e bassi memorabili. Se la svolta pseudo-country con inclinazioni elettropop di “Music” nell’ormai lontanissimo 2000 fu accolta con entusiasmo, non si può dire altrettanto del vacuo “American Life”, di fatto il primo vero passo falso della Ciccone, o meglio: la prima mutazione tanto indecifrabile quanto tutt’altro che visionaria. Un inciampo per fortuna momentaneo, visto che nel 2005 Madonna tornò a occupare i piani alti delle classifiche con il fortunatissimo “Confessions On A Dance Floor”, ristabilendo con un mezzo colpo di coda da maestra le gerarchie del pop allontanate nella prova precedente. Per farlo dovette però reinventarsi mattatrice del dancefloor, appunto, in una fase storica che vent’anni dopo appare come l’ultima grande epopea della disco music; insomma, Madonna fece esplodere gli ultimi fuochi d’artificio di un approccio alla pista da ballo ancora viscerale, carnale, per un pop pulsante e appiccicosissimo composto perlopiù per sudare sia a un megaconcerto della stessa superstar americana che in un campeggio estivo a caso.
Il miracolo stroboscopico, tuttavia, è rimasto un caso isolato in un contesto pop ormai mutante a una velocità impossibile da reggere anche per la stessa Madonna, salvo giusto quel “Madame X” del 2019, rilasciato in perfetta scia con le smanie latine in voga ancora oggi praticamente anche su Marte.

Tra malori fortunatamente risolti, uscite confusionarie, outfit altrettanto improbabili, Madonna è arrivata al 2026 artisticamente acciaccata, in quanto sempre più schiacciata da una gravità insostenibile per una cantante alle soglie dei settanta, e sommersa da una mole pressoché incalcolabile di nuove reginette di quella cosa chiamata pop music. Allo stesso tempo, va anche detto che i tempi in cui il volto della Ciccone veniva illuminato da Vittorio Storaro alla stregua di una Marylin evasa da un fumetto in quel capolavoro di luci fumettistiche e gangster da strapazzo che fu “Disk Tracy”, sono del tutto sconosciuti alle nuove generazioni. Eppure, al netto di tutte le difficoltà del caso, Madonna ha ritrovato in qualche modo la smania perduta. E per farlo, ha dovuto riprendere il discorso momentaneamente sospeso nel 2005, quando era lei a estasiare mezzo mondo con tormentoni riuscitissimi e show da capogiro.  

“Confession II” nasce infatti come sequel di “Confessions on a Dance Floor” e segna anche il ritorno di Madonna alla Warner e di Stuart Price, il produttore che l’ha affiancata nella gloriosa metà degli anni Duemila.
Annunciato ufficialmente il 15 aprile 2026, il quindicesimo album in studio della material girl è stato svelato con un manifesto pubblicato sul sito ufficiale della cantante che racconta bene lo spirito al centro delle sedici nuove canzoni: “Dobbiamo ballare, celebrare e pregare con i nostri corpi. Sono cose che facciamo da migliaia di anni: sono vere e proprie pratiche spirituali. Dopotutto, la pista da ballo è uno spazio rituale. È un luogo in cui ci si connette: con le proprie ferite, con la propria fragilità. Fare rave è un’arte. Significa spingersi oltre i propri limiti e connettersi a una comunità di persone affini. Suono, luce e vibrazione rimodellano le nostre percezioni, trascinandoci in uno stato di trance. La ripetizione del basso non la sentiamo soltanto, ma la percepiamo, alterando la nostra coscienza e dissolvendo ego e tempo”.

E’ un autentico spot che fa della dance music una sorta di filosofia orientale. A cominciare dalla prima traccia, “I Feel So Free”, che, tra sample di Lil’ Louis e auto-campionamenti, ha l’ambizione di riportare subito Madonna al centro del villaggio, o nel cuore dei “village people”, tanto fa lo stesso. E’ una canzone dal ritmo alla Tiga dei tempi di “Sexor”, volendo fare un primo parallelo ad hoc. Dunque house morbida da supporto a un motivetto sensuale con Moroder e Donna Summer all’orizzonte. La trovata poi di apparire a sorpresa accanto a Sabrina Carpenter durante l’ultimo Coachella, per lanciare il singolo “Bring Your Love”, dice ancora di più sulle velleità promozionali della Ciccone. Va detto al contempo che il brano è pop annacquatissimo costellato di piroette melodiche tra uno stacchetto e l’altro, un passaggio di “Good Life” degli Inner City, voci da sirena eccitata che si intersecano: si potrebbe dire una specie di b-side ripescata da un cassetto chiuso ventuno anni fa. Ciò nonostante, la canzone per una qualche strana legge funziona, o perlomeno fa il suo laccato dovere.

Tra comparse a sorpresa a New York trasmesse in streaming su Grindr e YouTube per lanciare il secondo singolo, “Love Sensation”, Madonna ha comunque restituito quasi all’istante l’idea di aver prodotto un disco di dance music consapevole, non mutevole e di conseguenza spiazzante, sia ben chiaro, ma onesta, quindi un revival del proprio revival, che è qualcosa di inedito per una trasformista come lei. Non a caso “Love Sensation” è anche la traccia house-pop più riuscita del lotto, ed è quella che irradia più energia in una scaletta concepita come un dj set. Ed è apprezzabile pure “One Step Away”, meno pulsante e più lunare, ma calibratissima nel suo volteggiare oltre la pista con un cambio di ritmo perfetto piazzato quasi sul finale, prima che entrino il sopracitato duetto con la Carpenter e soprattutto “Danceteria”, forse il momento più anni ’90 del lotto, quantomeno sul piano melodico, con Madonna che canta da diva del dancefloor stanca di tutto e tutti e tanto di sample di “Walk On The Wild Side” di Lou Reed.
In questo festino a porte aperte, non mancano i consueti svarioni latineggianti da sempre cari alla Ciccone, come la prevedibile “Read My Lips” in compagnia di Feid, o il fraseggio vagamente french touch di “Everything”, che però muta egregiamente nella seconda metà, al netto di una produzione troppo scontata. La presenza di tre mostriciattoli come Martin Garrix, Cirkut e Andrew Watt si sente: si prenda da esempio il battito di “Bizarre”, con il primo da Cicerone indomabile in consolle.

Curiosa e a suo modo significativa è anche la presenza di Stromae in “My Sins Are My Savior”, che riporta di nuovo le lancette indietro non di venti ma bensì di quasi quarant’anni, come dimostra il sample stavolta corposo di “My Army of Lovers” degli Army of Lovers, indimenticabile singolo per gli amatori della dance più lontana, e pubblicato, appunto, nel 1990. E cosa dire poi di buona parte della mesta “Betrayal” affidata melanconicamente a una linea melodica presa in prestito da Erik Satie? Certo, c’è anche un momento decisamente noioso come il duetto con Lola Leon nell’insipida “The Test”. Ma la conclusiva “L.E.S. Girl”, ovvero la ragazza del Lower East Side, chiude il set come un carillon posto in fondo alla pista prima che tutto finisca.
A parte lo spirito danzereccio, “Confessions II” ha poco a che spartire con il suo padre putativo, essendo un disco meno impulsivo e più “pensante”, bramoso di vita ma senza strafare, e forse proprio per questo in linea con i desideri di una stella del pop che giustamente non vuole saperne di abbandonare il firmamento e torna a indossare per l’occasione un Versace che, piaccia o meno, non tramonterà mai.

04/07/2026


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