Lazio

Fenomenologia del popolo di Ultimo

Sfido chiunque a non aver sentito parlare di lui in questi giorni. C’è chi è alla ricerca dell’ultimo biglietto, chi affitta terrazze con vista sul palco, chi escogita ogni possibile soluzione per accompagnare i propri figli al concerto. Ormai è Ultimo-mania.

Ma cosa c’è dietro questo fenomeno, capace di richiamare 250 mila persone in un rito collettivo, quasi religioso, e di mettere in movimento un’intera Capitale, modificando persino le consuete misure di sicurezza? Per rispondere a questa e altre domande, abbiamo intervistato il giornalista musicale Mattia Marzi, autore del recentissimo libro “Il popolo di Ultimo”(Gallucci Editore).

Da dove è nata l’idea di scrivere “Il popolo di Ultimo”? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questo fenomeno meritava di essere raccontato?

Dalla curiosità di comprendere la natura del legame tra quello che è il fenomeno musicale italiano più grande degli ultimi vent’anni e il suo pubblico, quello che in questi anni lo ha reso un re degli stadi con milioni di biglietti venduti e che un anno fa ha mandato sold out in tre ore i 250 mila biglietti per il concerto a Tor Vergata, che entra nella storia della musica dal vivo italiana come il concerto con il maggior numero di biglietti venduti di sempre per un singolo evento.

Perché hai scelto di mettere al centro del libro il “popolo” di Ultimo e non soltanto l’artista?

Perché con Gallucci, la casa editrice, ci siamo posti l’obiettivo di raccontare qualcosa di più interessante di una biografia: la fenomenologia di un popolo. Come è nato, come è cresciuto, perché si è legato a un cantautore nell’era dei rapper e dei trapper, l’insieme di valori e ideali che lo caratterizzano.

Chi è davvero il “popolo di Ultimo”? È possibile tracciarne un identikit o è proprio la sua eterogeneità a renderlo unico?

Mette insieme più generazioni. Per i ventenni e trentenni, più o meno i suoi coetanei, Ultimo è il cantautore che più di tutti, tra gli artisti di nuova scena, ha saputo raccontare ansie, paure, speranze, sogni della loro generazione. Una generazione in qualche modo “figlia” di quella “di sconvolti, senza santi né eroi” di cui parlava Vasco Rossi in “Siamo solo noi”.

Vasco si rivolgeva alla generazione cresciuta mentre tramontavano le grandi ideologie e dominava un senso di smarrimento. Ultimo si rivolge alla generazione cresciuta con le immagini delle Torri Gemelle, con l’ansia di una crisi economica che ha messo un grande punto interrogativo sul futuro dei nati a cavallo tra i ’90 e i Duemila, con l’orrore degli attentati terroristici nell’Europa degli Anni Duemiladieci e, infine, con una pandemia che ha messo in stand by sogni e aspirazioni. Per i quarantenni e i cinquantenni, invece, Ultimo è il degno erede di quella scuola cantautorale prevalentemente romana che va da Renato Zero ad Antonello Venditti, passando per Claudio Baglioni: è l’ultimo dei romantici tra gli artisti di nuova generazione.

Quanto hanno inciso le storie personali dei fan nella costruzione del libro?

Sono state centrali. Sono loro i protagonisti del libro. La storia di Ultimo è sullo sfondo e in primo piano ci sono le storie dei fan, che si intrecciano con la sua.

Ultimo è spesso descritto come la voce delle periferie e di chi si sente ai margini.  Quanto c’è di vero in questa definizione?

È dalla periferia che è partita la favola di Ultimo. Nel suo caso, quella di San Basilio, quartiere difficile di Roma, spesso al centro di vicende di cronaca nera. Fabrizio Moro, il “padrino” artistico di Ultimo, come lui cresciuto a San Basilio, una volta ha detto: “Le finestre delle case hanno le sbarre. Quando sei in camera, ti sembra di essere in galera. E in galera o evadi o sconti una pena. Per me è meglio evadere. Ma non serve una lima per tagliare le sbarre: basta avere un sogno, uno scopo. Anche se poi la periferia te la porti per sempre dietro: fa parte di te, di quello che sei, di come ti vesti, di come parli”. Come Moro, anche Ultimo è riuscito a evadere grazie a un sogno, a uno scopo. Lo canta in “22 settembre”: “Io sento una missione e giuro che andrò a metà, cantare in pieno inverno per dar la primavera”.

Quanto conta il fatto che Ultimo continui a raccontare le proprie origini senza rinnegare il quartiere da cui proviene?

Fa parte della narrazione del ragazzo “nato ai bordi di periferia, dove i tram non vanno avanti più”, che non dimentica le radici e gli amici che – per citare ancora Eros Ramazzotti – “sono ancora là”. Ultimo su quelle panchine ci si siede ancora e per la comunità fa tanto.

Nel libro emerge un rapporto molto intenso tra Ultimo e il suo pubblico. Da cosa nasce, secondo te, un legame così forte?

Musica, valori, ideali, messaggi fanno parte di una vera e propria filosofia di vita che appartiene non solo a lui, ma anche a chi lo segue: c’è un’identificazione totale tra chi sta sopra e chi sta sotto il palco.

Credi che il successo di Ultimo sia stato compreso fin dall’inizio dalla critica musicale o sia stato inizialmente sottovalutato?

Come ogni artista, c’è una parte della critica che ne ha compreso il potenziale e una parte che invece è stata più scettica. È naturale che sia così, vale per lui ma vale per chiunque altro. Ad ogni modo Ultimo è sempre stato l’”eroe del popolo”, ha sempre incarnato quell’atteggiamento e quel ruolo.

Dopo aver scritto questo libro, è cambiato il tuo modo di guardare a Ultimo come artista e come persona?

No, questo libro è una semplice prosecuzione del lavoro che svolgo tutti i giorni, quello del cronista, di chi vede le cose e le racconta, le analizza, le decifra. Semplicemente, rispetto ai limiti di spazio del giornale qui ho avuto più spazio e più respiro per raccontare un fenomeno, in modo più ampio.

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