Festival di Spoleto, “This is Rambert” solido e visionario: successo senza ombre

di Arianna De Angelis Marocco
Una standing ovation per riconoscere la potenza di 100 anni di indagine e ricerca artistica e conferire alla prima della danza del Festival di Spoleto un successo senza ombre. Al Romano “This is Rambert” celebra il primo centenario della più antica compagnia britannica, dando voce al proprio presente con uno sguardo al futuro, senza cadere nella tentazione di una retrospettiva sul repertorio. Il neo direttore artistico consegna l’apertura della danza non a un omaggio nostalgico di ciò che è stato, ma a una trilogia coreografica che sancisce l’identità artistica e il potenziale creativo della compagnia.
Ad aprire la serata “In Crimson” firmato da Bobbi Jene Smith e Or Schraiber, coreografi, ballerini e registi, prima membri della Batsheva dance company. Una narrazione poetica sostenuta dal pathos del pianoforte e da un’atmosfera intima e informale. Si può essere molte cose in scena, virtuosi, minimalisti, contaminati da più stili, ma resta necessaria l’autenticità e la generosità e, in questo primissimo brano nulla è più evidente se non l’autentica presenza e la consapevole maturità scenica che rende questa coreografia un brano magnetico. Otto tra danzatori e danzatrici in un puzzle di soli e passi a due, tra relazioni fatte di disordine e formalità, dove trova spazio comicità e sensualità, rigore e pathos, in una commistione ininterrotta di emozioni. Corpi che possono cantare e recitare in una necessaria contaminazione di linguaggi che non sente più l’esigenza di separare, ma che si forgia delle opportunità che ogni arte contiene. E pur ammettendo che gli applausi a scena aperta possono rompere quella continuità drammaturgica è facile comprendere perché ne siano esplosi molti durante questa primo momento coreografico, nonostante i numerosi posti rimasti vuoti al Romano
Brano centrale della trilogia è “Hope(e)storm” firmato da (LA) Horde, collettivo alla guida del Ballet national de Marseille ed esponente di una ricerca nella danza post-internet dove il corpo diventa soggetto politico e la narrazione abbraccia sottoculture digitali, cinema e danza. Un brano cattivo e urgente, sporco e compulsivo, dove la musica pop e l’hard core diventano compagne di palcoscenico, trovando un’armonia inaspettata, declinandosi nei corpi dei performer in geometrie mutuate dai balli di gruppo, dal vogueing, dai balli di coppia, con una naturalezza che permette ai contrasti più netti di risultare incastri perfetti. E tutto assume un senso e una bellezza che non si vuole vendere come perfetta, ma come straordinariamente complessa e lontana da cliché e stereotipi. Ciascuno di questi incredibili danzatori diventa portatore di una necessità che non ha bisogno di diventare didascalica, ma si appropria del corpo, dello sguardo, del
respiro e travolge pubblico e spazio senza possibilità di sottrarsi. È solo un enorme “wow”.
“This is Rambert” chiude con “Gallery of consequence” di Emma Evelein, coreografa, regista cinematografica e artista indipendente olandese. La drammaturgia e il contesto scenografico sono più espliciti, più didascalici. Un aeroporto, tante vite che calpestano lo stesso spazio, una sorta di limbo, la terra di nessuno e dentro 18 danzatori che teatralizzano, vocalizzano e danzano emozioni, gesti, protocolli aeroportuali, dialoghi e rumori dell’ambiente, costruendo un dettato coreografico nel quale è immediato riconoscersi, la cui lettura è più esplicita, più semplice, senza che questa semplicità cada nel banale, costruendo un climax emotivamente denso e evidenziando l’umano dietro la danza.
Si chiude con una standing ovation del pubblico che restituisce un’opinione collettiva unanime, che dichiara la capacità di ciascun perfomer di emergere come individuo senza incrinare la forza del collettivo, che riconosce allo spettacolo la potenza di 100 anni di indagine e ricerca artistica e che conferisce a questo primo debutto nella danza al Festival di Spoleto, sotto la direzione Daniele Cipriani, un successo senza ombre.
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