la teoria della “radical mundanity” dello scienziato Nasa Robin Corbet
“Li abbiamo annoiati e se ne sono andati”. Suona più o meno così il cuore centrale della teoria “radical mundanity”, l’ordinarietà radicale, ovvero un’ipotesi astrofisica proposta per risolvere il paradosso di Fermi. Secondo questa teoria le civiltà extraterrestri presenti nello spazio sarebbero un numero abbastanza esiguo e tecnologicamente avanzato ma molto simile agli umani. Dopo aver esplorati per un po’ di tempo la Terra, gli extraterrestri si sarebbero stancati smettendo di andare avanti e indietro con le astronavi. Il Corriere, in un articolo recente sul tema, ha riportato le parole di Robin Corbet, scienziato del Goddard Space Flight Center della Nasa: “L’idea è che siano più avanzati ma non in modo drammatico, un po’ come se loro fossero già all’iPhone 47 mentre noi siamo ancora all’iPhone 17”.
Chi giunge alle teorizzazioni della “radical mundanity” solitamente ha scartato diverse spiegazioni scientifiche al “paradosso di Fermi”. Insomma, inutile cercare messaggi tecnologici sofisticati o nuove leggi della fisica: il gap tra noi e loro è minimo. Solo che avendoci osservati per parecchio tempo dovremmo averli talmente annoiati da spingerli a non tornare più. Attenzione però, perché Corbet sostiene che questo abbandono di curiosità aliena per i terrestri sia avvenuto milioni di anni fa, il che significa che continueremo a ricevere silenzio. Smontando quindi il rinnovato interesse del governo statunitense per le apparizioni nei cieli di oggetti volanti non identificati negli ultimi decenni, ora diventati materiale desecretato quindi gradualmente reso pubblico.
La “radical mundanity” è infine solo l’ultima di una serie di iperstimolazioni pubbliche sul tema degli alieni, ritornata in auge grazie a Disclosure day, il nuovo film di Steven Spielberg che mostra una presenza aliena sulla Terra, e più precisamente negli Stati Uniti almeno dai tempi del celebre incidente del 1947 avvenuto a Roswell nel New Mexico.
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