Quando il corpo del leader cambia la storia. Da Wilson a JFK, malattie, referti e sospetti
di Filippo Facci
T
ra cartelle cliniche e cartelle giudiziarie corre spesso la stessa tentazione: sostituire la politica con un referto. A elencare i presunti malanni di Trump se ne andrebbe mezzo articolo: problemi venosi, lividi, età, peso, colesterolo, narcisismo patologico o maligno, antisocialità, paranoia, sadismo, psicopatia, sociopatia, delirio, bipolarità, ipomania, declino cognitivo, demenza frontotemporale, afasia, parafasia eccetera. L’altra metà dell’articolo sarebbe un censimento del consultorio sanitario: parenti, giornali, avversari, psichiatri da remoto, neurologi televisivi, ex collaboratori, generali, biografi, sàtiri, fact-checker e gruppi social. Comprensibile per chi ha 80 anni e comanda un arsenale nucleare, ma molte diagnosi hanno l’aria del classico insulto politico: è pazzo.
Non mancano precedenti più e meno giustificati. Woodrow Wilson (presidente Usa dal 1913 al 2021) ebbe un ictus che lo rese incapacitato: la moglie e il medico ne filtravano l’accesso e parte della presidenza fu amministrata nell’ombra; la cartella clinica divenne segreto di Stato per evitare un pasticcio costituzionale: chi li stava governando?
Franklin Delano Roosevelt (1933-1945) non ebbe solo una poliomielite, ma un collasso con ipertensione, scompenso cardiaco e declino fisico mentre era ancora in guerra e mentre andava a Yalta a negoziare con Stalin. Ecco, poi c’è Stalin, di fatto capo Urss dal 1922 al 1953: per i suoi ultimi anni si è parlato di paranoia, deterioramento cognitivo, effetti da malattia cerebrovascolare, nulla che lo assolva da nulla, anche se potrebbe illuminare diversamente l’ultimo periodo, quello delle purghe, di una leadership terrorizzata attorno a un uomo sempre più chiuso. A Yalta, peraltro, Palmiro Togliatti fu colpito da ictus mortale proprio mentre stava preparando il Memoriale che riguardava anche l’autonomia del comunismo italiano da quello dell’Urss: quarto incise sul passaggio storico? Non lo sapremo mai, al pari dell’influenza del “black dog” (depressione) sull’operato di Winston Churchill, due volte primo ministro britannico: ebbe fasi cupissime e problemi fisici seri anche se molti studiosi, oggi, tendono a ridimensionarli. Al suo successore Anthony Eden (1955-1957) tutto sommato andò peggio, perché vari interventi gli lesionarono il dotto biliare e lo condannarono a imbottirsi di sedativi, oppioidi e stimolanti; una sua grigia gestione della crisi di Suez (1956) fu associata anche a questo.
Oltreoceano stava per cominciare l’epopea di John Fitzgerald Kennedy (1961-1963) che fu un caso di vitalismo pubblico e rovina clinica privata: malattia di Addison, dolori cronici alla schiena, problemi intestinali, infezioni, farmaci, terapie ormonali, il tutto contrastato da un’immagine da giovane atletico; i documenti medici poi resi disponibili (molto dopo) mostrarono la verità. Ogni impresa o disfatta storica è stata accompagnata da un puntuale e umanissimo male di vivere. I miti sono duri a morire, in compenso si ammalano.
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