Forza Germania! In un libro il tifo/amore clandestino di Giuseppe Culicchia per Rummenigge&Co fin dai tempi di Italia Germania 4 a3 (e dei Mondiali di Spagna).
Immaginate un italiano al quale si chiede la formazione dei Mondiali 82 e che invece di risponderti Zoff, Gentile, Cabrini, ecc… ti rispondesse: Schumacher, Kaltz, Briegel, Dremmler, ecc… Un marziano a Roma, pardon a Torino (sponda granata). Controcorrente Giuseppe Culicchia ci è sempre andato e ancora una volta, proprio nei giorni della Coppa del Mondo 2026, eccolo riapparire in libreria con la sua “storia di un amore clandestino”: La mia Germania (Neri Pozza). La confessione a cuore aperto di una macchia segreta e dai più intollerabile da parte di un tifoso sui generis. Perché nell’estate del 1970 mentre tutti ammiravano e gioivano della rimonta dell’Italia del Bonimba, di Rivera e Gigi Riva ai Mondiali messicani, il cinquenne Giuseppe cadeva folgorato dall’austero Kaiser Franz Beckenbauer con il braccio destro legato al petto menar fendenti agli Azzurri di Valcareggi. “Non avevo idea di cosa fosse lo stoicismo”, scrive Culicchia riguardo la lussazione alla spalla del giocatore tedesco al 65esimo di quella che verrà definita “la partita del secolo”. “Quel rifiuto di arrendersi da parte del libero che portava il numero 5 sulla schiena fu per me decisivo”. Il piccolo tifoso granata, che si innamorò già dei calciatori del Torino perché “non facevano sceneggiate” (“a meno che non si trattasse di una cosa seria e si fosse costretti a metterli su una barella, si rialzavano e senza fare storie riprendevano a giocare”), vede che attorno a sé tutti, e in mezzo c’è pure il papà barbiere, esplodono per un dribbling di Domenghini e una parata di Albertosi, lui no: “Io dovevo parteggiare per i tedeschi”.
Culicchia la chiama “la prima ribellione nei confronti della figura paterna” e “la prima uscita pubblica di quello che si sarebbe rivelato il mio spirito di contraddizione”. L’origine del tifo, si sa, è mistero inestricabile, epifania del destino che, come in questo caso, va oltre radici, antropologia, leggi fisiche e morali della storia. E sarebbe stato davvero buffo vedere quel bambino ingegnoso intento a pitturare la propria maglietta bianca con scritte e simboli dei propri amati campioni tedeschi. Anche se la Germania vincerà poi tre Mondiali (1974, 1990, 2014) e tre Europei (1972, 1980, 1996), e l’autore non ha certo patito l’amarezza del perenne secondo/terzo posto più alla francese o alla olandese, è la macchia, l’onta, di quella sconfitta del 1970 che impregna l’orgoglio teutonico culicchiano in una forma di protointerismo della sconfitta, in realtà quest’ultimo ben più lamentoso e ingiustificato. “Le vittorie passano mentre le sconfitte rimangono tali per sempre”, suggerii a Culicchia lo storico Alessandro Barbero. Sponda che serve all’autore per evocare il fascino epico di Troia e di Ettore: “Troia con la sua sconfitta è la vera protagonista dell’Iliade (…) e la figura di Ettore ucciso in duello sotto le porte Scee da Achille svetta senza dubbio su quella di ogni altro eroe delle pagine attribuite a Omero”.
La mia Germania è un carosello di biannuali tv accese e tifo represso, uno snocciolamento appassionato di formazioni, una sintesi animata e virtuosa di decine di partite con protagonisti gli amati “crucchi” che dura ancora oggi passando in rassegna campioni da Breitner a Ballack, passando per Muller e Klose. Ma è anche una ricucitura culturale, sotto forma di madaleine proustiana, con Berlino, le città e il suolo tedesco fonte di una “sensazione di pace emanata da quei luoghi a me tanto cari”. Infine, La mia Germania, con un autore torinista pronto a immolarsi eroicamente per una sconfitta memorabile, non poteva che essere un fiero pamphlet anti-juventino: tra storici favori arbitrali e una versione della finale Italia Francia 2006 ai Mondiali con una frecciata avvelenatissima all’ex juventino Lippi, reo da giocatore della Samp nel 1972 di aver favorito la vittoria dello scudetto della Juve, sfavorendo il Toro, spazzando una palla granata abbondantemente entrata in porta con l’arbitro che, of course, convalida.
Source link




