Basilicata

L’Altra posta: Ho un disturbo bipolare, il problema non è la malattia

LA NOSTRA RISPOSTA

Ci sono persone, e sono tante, costrette a farsi traduttori di se stesse per un mondo che non ha ancora imparato la loro lingua. E che forse non lo farà mai. Una di queste persone è mio marito. Un’eredità del tumore al cervello. La bipolarità. Il dono ricevuto è essere sopravvissuto, lo scotto da pagare è lo stigma della malattia mentale. Per lui, per me è vivere camminando come su un immenso prato ricoperto di uova fresche. Pronte a rompersi. Negoziamo costantemente tra onestà (non ti ho capito, sono stanca, faccio fatica) e autoprotezione (va tutto bene, non ti arrabbiare, sono tranquilla). Viviamo sul binario del lavoro doppio. Gestire le proprie reazioni mentre si gestiscono quelle degli altri.

Il problema non è la tua diagnosi o quella di mio marito. Il problema è che viviamo in una cultura che sa parlare di corpo decisamente meglio di quanto sappia parlare di mente. Che sa stare accanto a una frattura, a una chemioterapia, a una convalescenza visibile ma che davanti a qualcosa che non si vede, che va e viene, che non ha bende, gessi, cerotti o stampelle, non sa dove fare cadere lo sguardo, quindi, fondamentalmente, lo gira. Sposta il focus. Nella tua lunga lettera a un certo punti scrivi una cosa che mi ha colpito assai: che nei momenti in cui stai peggio devi presentarti nella versione rassicurante. Questo mi sembra il punto più importante e anche il più crudele. Perché significa che la malattia ti chiede energia, e lo stigma te ne chiede altra, e alla fine il conto che paghi è sempre solo tuo.

Non mi è sempre chiaro, neanche nel rapporto di puro e incontrastato amore che ho con mio marito. Non ho soluzioni, né facili, né difficili, e sinceramente diffida di chi te le offre. Ogni vita è una vita a sé. Un consiglio letterario, quello te lo posso offrire, An Unquiet Mind di Kay Redfield Jamison è il libro che ti chiedo di leggere se non l’hai già fatto. Jamison è una neuropsicologa americana, ha il disturbo bipolare, e ha scritto una memoir degli anni Novanta che è ancora il testo più onesto e letterariamente bello che esista su questa esperienza. Non è un libro di auto-aiuto.

È un libro di vita vera, con le manie e le cadute e i farmaci e l’amore e la carriera, tutto insieme, senza separare la malattia dalla persona. Leggendola si capisce che si può essere brillanti, complicati, interi. Hai scritto: non so come starò la settimana prossima, ma questa mattina stavo bene, e ho deciso che bastava per cominciare. Questa frase è già una forma di saggezza che molte persone che stanno benissimo, me compresa, non hanno ancora raggiunto. Vivere nel presente non è roba spiccia da frase motivazionale via social è una competenza che si impara a forza, spesso a caro prezzo.


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