Da Bolzano alla Silicon Valley. Tschimben: «AI, il mio futuro» – Cronaca
BOLZANO. Uno dice AI e pensa a quanto sarà facile scrivere una tesi di laurea. O una relazione aziendale sulla riconversione occupazionale, oppure uno studio sull’antimateria. È l’intelligenza artificiale delle parole. Poi, c’è quella delle immagini e sta lì, su questo discrimine tra quello che potrà avvenire e ciò che è già avvenuto, che si è messo a correre Franz Tschimben (a destra, nella foto). Lui, bolzanino volato nella Silicon Valley appena ha potuto acquistarsi un biglietto aereo («meglio vedere subito le cose dal vivo, che non studiarle», dice adesso), ora sta a New York, ha un ufficio nella grande mela con un telefono a cui risponde h 24, non importa il fuso, tiene i collegamenti con le imprese più innovative del pianeta dopo essere salito su una invenzione che è stata come l’uovo di Colombo: costruire oggetti reali in 3d derivanti da una idea immateriale. Attraverso “macchine” di due metri per due, dalle quali fuoriescono modelli di ogni cosa esista sulla terra, dalle scarpe da tennis per Adidas a un prodotto che poi commercializzerà Amazon.
Dal digitale all’oggetto fisico: ecco il tracciato che ha percorso e che adesso lo pone come punto di riferimento di start up e imprese che aspettano di dialogare col futuro. Dice di lui Federico Giudiceandrea: «Microtec, Microgate, Durst, Alupress e altre, ora sono una spin off che dialoga insieme». Per l’imprenditore, già a capo di Confindustria e ora presidente di Unibz, Tschimben è il motore di quello che tecnicamente viene definita, appunto, spin off, vale a dire «una nuova entità autonoma derivata da una realtà già esistente, mantenendone le connessioni ma operando in modo indipendente». Insomma, un conto è operare da soli, anche se in un contesto di grande creatività, un altro mettere insieme le conoscenze per rilanciare ulteriormente.
È la connessione uno dei compiti che si è dato questo 34enne che ha bruciato tappe e progetti, partendo da qui. «Mi occupo di immagini, un segmento della AI che sta progredendo a vista d’occhio». Si chiama, nell’ambiente, «computer vision» e «machine learning», il nuovo mondo che scannerizza in tre dimensioni qualsiasi idea venga in mente. Si chiama “The 3D data factory” la sua nuova creatura. È la AI “fisica” che crea contenuti per qualunque azienda sia nella fase di definizione di un possibile nuovo prodotto che nella sua pubblicizzazione. Tanto che sta per nascere una nuova “Valley” migliaia di chilometri lontano dalla originaria Silicon, intorno a Bressanone, dove sono pronte a operare tante “macchine” di scannerizzazione 3d capaci di mettere insieme migliaia di prodotti.
Per fare cosa?
Mettere insieme un grande “data base” dove si potranno trovare una infinità di oggetti prodotti o in via di produzione.
Dove si comincia una vita così?
Studiando a Bolzano, ma poi chiedendosi se non fosse stato il caso di impiegare il tempo andando a vedere dove accadono le cose.
Nella Silicon Valley?
Soprattutto. Ma anche passando per Detroit, dove mi sono trovato – un miracolo – a discutere di auto e di tanto altro con Sergio Marchionne. Era il 2014.
E qui, in Alto Adige?
Ho avuto la fortuna di entrare in contatto con Harald Oberrauch, anima di Durst e Alupress. E ancora con Federico Giudiceandrea, fonte di ispirazione e creatore di aziende che stanno da sempre cui confini dell’innovazione più coraggiosa. È con loro che è nata a poco a poco l’idea di questo consorzio di ricerca sulla AI delle immagini. E poi Paolo Lugli.
L’ex rettore di Unibz?
Sì, ci ha molto aiutato nella fase di lancio dell’hub altoatesino nell’attrarre giovani ricercatori e nel porre le basi per attivare collaborazioni di grande eccellenza nel settore.
Come è attivata la tecnologia su cui operate?
Da sistemi di software che creano su computer qualsiasi oggetto sia nella condizioni di essere prodotto, dalle scarpe ai giocattoli, alle macchina.
A proposito di auto, lei che è in contatto con la California da quando ha iniziato a lavorare nella Silicon Valley, come vanno quelle a guida autonoma? Si dice abbiano dei problemi…
All’inizio, ora non più. Laggiù non esiste più Uber, ti arriva a prendere un’auto a guida autonoma chiamandola con una app. Tutto merito dell’intelligenza artificiale.
Come funzionano i suoi macchinari 3D?
Di ogni oggetto vengono scannerizzate 15mila immagini, da tutti i lati possibili, poi le si mette insieme e ne escono i modelli fisici in tre dimensioni.
Nome in codice?
“Gemello digitale” del prodotto. È chiamato così l’oggetto che esce, perfettamente riprodotto in ogni sua parte. Ad esempio, sui cataloghi di Zalando o Amazon si riproducono non più prodotti “piatti” cioè su fondo bianco, poco osservabili da un compratore, ma l’oggetto fisico, come una scultura ripresa in un museo. Fedeltà assoluta.
Quanto costa una “macchina” come quella che fa fuoriuscire il modello?
370mila euro a macchina. Ma noi siamo pagati ad ogni scannerizzazione.
Perché Usa e Cina sono così avanzati nei settori di punta rispetto all’Europa?
Hanno il vantaggio di avere un mercato interno omogeneo. Poi c’è una enorme facilità di mettere in piedi imprese, di accedere ai finanziamenti, inteso come accesso ai capitali. Noi in Italia e in Europa non lavoriamo ancora alla stessa velocità.
Cosa suggerisce ai giovani che immaginano di operare in settori così avanzati?
Di studiare, innanzitutto. Ma poi di non avere paura di partire. Andare la dove si opera nelle frontiere della produzione e della tecnologia. Anche solo un contatto iniziale con queste realtà apre la mente. Poi, ci può sempre ritornare…




