Guerre diffuse, il conflitto come ambiente
Un modello di intelligenza artificiale spento per ragioni di sicurezza nazionale. Un pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica costruito attorno a chip, cloud, AI e open source. Due zuccherifici australiani bloccati da un cyberattacco, con la raccolta della canna da zucchero costretta a fermarsi. Un deepfake che simula una rissa tra il governatore della Bank of England e Nigel Farage per promuovere una truffa finanziaria. Le terre rare trasformate in leva negoziale nella competizione tra Stati Uniti e Cina. A prima vista sono episodi diversi: tecnologia, industria, agricoltura, informazione, commercio internazionale. In realtà raccontano la stessa trasformazione. Il conflitto contemporaneo non ha più bisogno di dichiararsi per produrre effetti strategici perché gli basta abitare la realtà: l’accesso a un modello, una filiera produttiva, una piattaforma, una norma, una materia prima, un’immagine credibile.
È questa la natura di quelle che nel mio ultimo libro definisco guerre diffuse. Non conflitti “ibridi” nel senso classico, dove un centro coordina strumenti diversi per raggiungere un obiettivo riconoscibile, ma forme di scontro disperse, intermittenti, spesso sotto soglia, che attraversano la normalità senza interromperla del tutto. La loro forza non sta sempre nella distruzione, ma nella capacità di rendere il mondo meno affidabile.
La guerra diffusa non sostituisce quella tradizionale: la circonda, la prepara, la accompagna. È una condizione ambientale più che un evento e in quanto tale non ha un inizio solenne, una dichiarazione, una bandiera, un fronte. Spesso il suo campo di battaglia è ciò da cui dipendiamo: infrastrutture digitali, energia, logistica, pagamenti, cloud, semiconduttori, dati, standard, reputazione, fiducia. Nel Novecento il potere passava soprattutto dai luoghi; oggi passa anche dai collegamenti. Dove c’è una dipendenza, c’è una possibile leva e lì c’è una forma di coercizione.
Per questo il cyber non è più un settore tecnico, ma una grammatica del conflitto. Un attacco a un ospedale, a un porto, a una società agricola o a un fornitore software non colpisce soltanto computer, ma funzioni sociali e la superficie d’attacco coincide sempre più con quella della vita ordinaria. Il bersaglio non è necessariamente il simbolo, ma la continuità. Non serve conquistare un territorio se si può rendere la sua realtà intermittente.
Lo stesso vale per la tecnologia. Per decenni l’abbiamo raccontata come uno strumento neutro, una protesi della volontà umana. Ma chip, cloud, modelli di intelligenza artificiale, piattaforme e reti non sono semplici attrezzi: sono architetture del possibile. Decidono cosa si può fare, con quale velocità, a quale costo, sotto quale dipendenza. Quando l’accesso a un modello viene limitato per ragioni di sicurezza nazionale si sta imponendo una dogana cognitiva.
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