Cultura

ALBUM: Bleary – Little Brain

Credit: Bandcamp

I Bleary sono una band dream-pop/shoegaze composta da quattro elementi ben radicati nella scena underground di Nashville, Tennessee: Callan Dwan (chitarra e voce), Peter Mercer (chitarra e voce), Taro Yamazaki (basso) e Luke Fedorko (batteria). Il loro percorso, iniziato nei circuiti indipendenti, li ha portati finalmente alla pubblicazione del tanto atteso album di debutto, Little Brain.

Un traguardo tutt’altro che semplice, figlio di un lungo viaggio durato ben sei anni e segnato da una profonda evoluzione creativa. All’inizio, infatti, il metodo della band era vecchio stile: scrivere i pezzi, testarli subito dal vivo e modellarli in base alle reazioni del pubblico. Quando i lockdown per il COVID-19 hanno azzerato i concerti, il gruppo è stato costretto a chiudersi in se stesso, scambiandosi demo a distanza. Proprio da questa necessità è nata la svolta: Dwan e Yamazaki hanno messo in piedi uno studio di registrazione domestico, aprendo la strada a sperimentazioni, arrangiamenti e stratificazioni sonore impossibili da sviluppare in una normale sala prove.

Le prime sessioni ufficiali hanno preso vita durante il picco della pandemia con il produttore Joshua Ditty, ma a causa degli impegni dei vari membri, tutti musicisti ultra-attivi in tour e progetti paralleli, il disco è stato completato a rilento agli studi County Q con Mike Purcell. Il risultato è un suono imponente, caratterizzato da chitarre saturate in cui si sovrappongono decine di tracce, creando quella “morbida abrasione” distorta tipica dello shoegaze moderno.

A fare la differenza, però, è il dualismo vocale tra Callan Dwan e Peter Mercer: invece di sfidarsi, le loro voci si fondono e sfumano l’una nell’altra con un effetto ipnotico. Non a caso la critica ha paragonato la struttura dei loro brani a un temporale estivo: la band sa dosare lo spazio e il silenzio, passando con naturalezza da assoli di chitarra travolgenti a momenti di totale calma e serenità acustica.
Ne è un perfetto esempio “Bug”, uno dei singoli trainanti e traccia d’apertura dei loro live. Qui le voci intrecciate creano un’atmosfera magnetica che cattura subito l’ascoltatore, mentre il testo scava tra ansia e inadeguatezza. Usando la metafora di un insetto, il brano fotografa una crisi interiore in bilico tra l’autodistruzione e il disperato tentativo di reagire.

L’album è ricco di belle sorprese. “925” è un pezzo alt-rock dinamico e potente che esplora la monotonia della vita quotidiana; versi come “Dalle nove alle cinque per morire sul tappeto / Devo farlo per forza?” ci fanno sentire solidali con Callan Dwan ogni volta che la sveglia suona, puntualissima, la mattina. Bellissimo anche l’assolo di chitarra, che ritroviamo in una veste più spericolata nel finale della title track, un brano che scava nel senso di colpa, nella vulnerabilità e nel disperato bisogno di connessione, lasciandoci addosso una domanda micidiale: “Se non sto andando da nessuna parte, posso andarci con te?”.

“Whalesong” si distingue invece per una chicca strumentale: la collaborazione di Spencer Cullum alla pedal steel guitar, uno strumento che aggiunge un’anima malinconica, quasi country-ambient, alle trame shoegaze della band. Il loro lato più melodico, educato e sbarazzino si concretizza poi in tracce come “Seer” e “Fastboy”.

Infine, “Sugar Splint è un’apertura straordinaria per “Little Brain”, un pezzo che mette in mostra una gestione magistrale dell’energia. Parte calmo e tranquillo durante le strofe, creando un’atmosfera intima e nostalgica, per poi esplodere all’improvviso nel ritornello con un muro di chitarre e un’energia shoegaze liberatoria.

Questo brano, e in realtà l’intero disco, dimostra la spiccata capacità della band di combinare suoni spigolosi a un’orecchiabilità notevole, stampandoti in testa le canzoni fin dal primo ascolto.

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Bleary: Bandcamp | Spotify


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