Libro su Giorgia Meloni, Arci Cafiero: “La cultura non è neutrale. E per fortuna”
La cultura non è neutrale. E per fortuna. Dopo oltre vent’anni trascorsi nei Circoli, nelle case del popolo, nei festival, nelle biblioteche di quartiere, nelle iniziative sociali e culturali, una convinzione si è fatta chiara: la cultura non è un ornamento della società. Non è il tempo libero che resta dopo il lavoro, né un lusso per chi può permetterselo. La cultura è uno dei luoghi in cui si decide che tipo di società vogliamo essere.
Per questo la cultura è sempre politica. Attenzione: politica non significa partitica, un equivoco in cui si cade, anche strumentalmente. Non significa fare propaganda. Significa che ogni scelta culturale produce una visione del mondo, costruisce immaginari, definisce ciò che consideriamo importante e ciò che lasciamo ai margini. Quando un circolo organizza una rassegna cinematografica sulle migrazioni, quando promuove un concerto di musiche popolari, quando apre uno spazio di lettura per bambini o ospita un dibattito sul lavoro, non sta semplicemente offrendo intrattenimento o facendo propaganda. Sta scegliendo quali storie raccontare, quali voci ascoltare, quali relazioni costruire. Quando un Comune concede un patrocinio a un evento letterario lo fa in virtù dell’evento stesso e del suo scopo. Quando una amministrazione concede un patrocinio per un evento letterario, la presentazione di un libro, in cui sono presenti esclusivamente esponenti di una parte politica (ad esempio di destra e estrema destra) e di un partito specifico, sta dicendo qualcosa di politico, e lo fa in maniera molto chiara: sta dicendo “questa città sostiene questo parterre di politici e questo partito”, e non è così.
In questo senso la cultura non è mai neutrale. Il filosofo Antonio Gramsci lo aveva compreso molto bene. Per lui il potere non si esercita soltanto attraverso le leggi o l’economia, ma anche attraverso l’egemonia culturale: la capacità di far apparire naturali certe idee, certi valori, certi modi di vivere. Chi costruisce cultura contribuisce sempre, in qualche misura, a costruire società. Ma allora, la cultura appartiene alla destra o alla sinistra? La risposta più onesta è che la cultura appartiene a tutti e tutte, ma non tutte le idee e le forme di cultura sono uguali. Esiste una concezione della cultura come patrimonio esclusivo da conservare, come trasmissione di identità nazionale chiusa in sé stessa, tradizioni sovraniste e appartenenze a un popolo di cui si millantano le origini politiche: è una sensibilità che storicamente è stata spesso vicina al pensiero conservatore. Esiste poi una concezione della cultura come strumento di emancipazione, di inclusione, di critica delle disuguaglianze e di trasformazione sociale. Una visione che ha caratterizzato gran parte della tradizione progressista e della sinistra. Entrambe esistono. Entrambe producono cultura. Ma non la stessa cultura, non la stessa idea di società. La differenza non sta nel fatto che una sia politica e l’altra no. La differenza è che esprimono idee diverse di comunità, libertà, uguaglianza e partecipazione.
Il problema nasce quando qualcuno pretende di presentare la propria visione come l’unica possibile o, peggio ancora, come neutrale. Nessuna politica culturale è neutrale. E lo dimostra bene l’assessore alla cultura di Barletta che ha virato, ormai da anni, alla promozione di grandi eventi, relegando la gratuità culturale al lavoro volontario degli operatori locali, per esempio. Decidere quali spazi finanziare, quali progetti sostenere, quali linguaggi valorizzare è sempre una scelta che riflette valori e priorità. L’Arci nasce da una tradizione popolare e democratica che considera la cultura un diritto e non un privilegio. Non una merce da consumare, ma un bene comune da costruire insieme. Non un prodotto destinato a pochi, ma un processo collettivo di crescita civile.
Alla luce di queste considerazioni, il dibattito che si è aperto a Barletta attorno alla presentazione del libro di Italo Bocchino su Giorgia Meloni non può essere liquidato come una semplice polemica locale. Esso tocca una questione più profonda: quale funzione vogliamo attribuire agli spazi culturali costruiti in decenni di impegno associativo, sociale e democratico? Nessuno mette in discussione la libertà di espressione o il diritto di un autore a presentare il proprio lavoro. Il punto è un altro. Uno spazio culturale non è una semplice sala conferenze neutrale né uno spazio commerciale che ospita qualsiasi iniziativa senza interrogarsi sul suo significato culturale e politico. È una comunità che nasce da una storia precisa, da valori dichiarati e da una scelta di campo fondata sull’antifascismo, sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sulla promozione dei diritti.
Per questo motivo la cultura, come si diceva all’inizio, non è mai neutrale. Ogni scelta culturale comunica un messaggio. Ogni invito contribuisce a definire un’identità. Ogni palco concesso diventa, inevitabilmente, un riconoscimento pubblico. Non si tratta di censurare qualcuno, ma di comprendere che esistono luoghi (anche non fisici) che hanno una loro storia e una loro missione culturale pubblica. Dopo tanti anni di attività culturale nell’Arci, continuiamo a pensare che la sfida più importante non sia ospitare chiunque in nome di una presunta neutralità, ma costruire spazi capaci di produrre senso, partecipazione e coscienza critica a partire da una chiara idea di società. Una cultura che sa da dove viene e che, proprio per questo, sa anche dove vuole andare. La domanda che poniamo all’assessore alla cultura di Barletta è: dal punto di vista culturale, esattamente, dove vuole andare questa città?
Francesco De Martino, A.R.C.I. Circolo “Carlo Cafiero” A.P.S.
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