Ferie estive dei docenti, il solito ritornello: ecco perché tre mesi non esistono (e il contratto lo dimostra). Sui social è dibattito sulla “guerra tra poveri”

Un utente su X ha deciso di mettere i puntini sulle “i”. Contro la narrazione ricorrente degli insegnanti italiani che godrebbero di tre mesi di ferie all’anno, ha pubblicato i dati del contratto nazionale: 30 giorni annui (32 dopo tre anni di servizio), più 4 giorni di festività soppresse.
Unico elemento di flessibilità – spiega il post – la concentrazione forzata dei giorni di riposo durante la sospensione delle lezioni. Ma l’estate, tra scrutini, esami di Stato e collegi docenti, non coincide interamente con le ferie.
La replica non si è fatta attendere. Un assistente amministrativo scrive: “Hanno 32+4 di ferie ma in più hanno la messa a disposizione. Vuol dire che quando non ci sono gli alunni loro restano a casa (15 giorni Natale, 3 Carnevale, 4 Pasqua, ponti vari, pausa estiva). Serve onestà intellettuale”. Altri portano l’esempio familiare: “Mia madre era un’insegnante e si è sempre fatta da fine giugno se aveva la maturità, oppure da metà giugno fino a fine agosto”.
Qualcuno entra nel dettaglio dei periodi di chiusura effettiva: “Da 1 luglio a 30 agosto nessuno lavora. A fine giugno ci sono diversi giorni estremamente light e a settembre i più fortunati hanno un’ulteriore coda”. E aggiunge: “Poi c’è Natale, Pasqua, Carnevale, elezioni”.
Non manca chi richiama la “guerra fra poveri”. Un commento osserva che gli stessi giorni di ferie esistono nelle scuole europee, ma distribuiti durante l’anno. In Italia, a causa del caldo estivo e delle strutture inadeguate, si concentrano tutto in estate. Un altro utente difende i docenti: “Chi critica tenga presente che hanno tre giorni di permesso retribuiti e sei giorni di ferie utilizzabili per permesso, poi si attaccano al tram”. Viene sollevato anche il nodo dei quattro giorni di festività soppresse: “I presidi non li concedono. Devi prenderli nei periodi di sospensione delle attività, cioè quando la scuola è chiusa”.
Un insegnante di ruolo segnala il lavoro invisibile: “Se insegni italiano, latino e greco hai centinaia di compiti da correggere: ore e ore che nessuno ti paga”. Un altro interlocutore, pur riconoscendo la libertà maggiore rispetto ad altri lavoratori, ammette: “Bisognerebbe ammettere che hanno più libertà di molti. Ma devono sorbirsi ragazzini maleducati e genitori folli”.
La moglie-maestra porta un’altra prospettiva: il fermo didattico rende i giorni di non lavoro oggettivamente tanti (Natale, Pasqua, Carnevale, elezioni, estate). “Però – scrive – tre mesi sono troppi. In estate servono almeno due mesi per la ricarica”. Un insegnante non di ruolo lancia una stoccata finale: “Auguro a tutti quelli che criticano di passare 20 minuti in classe. Basterebbe quello per zittire la narrazione polarizzante”.
La chiusura più lucida arriva da un utente che invita a smettere la contrapposizione: “È pubblica amministrazione: fate un concorso oppure fate i precari e avrete accesso anche voi a quel mondo da favola, chi ve lo impedisce?”. A quel punto un altro commento ringrazia: “Finalmente un non insegnante che si è preso la briga di guardare il contratto nazionale invece di spargere luoghi comuni”.
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