Mondiali, arbitro respinto: “Interrogato per 11 ore e messo in cella. La mia colpa? Essere somalo”

“Sono davvero molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che sta cercando di realizzare il suo sogno, il sogno più grande della mia vita: partecipare ai Mondiali. Avevo i documenti giusti, avevo il visto giusto. Ma credo che abbiano un problema con il mio Paese“. Così, in un’intervista al New York Times, l’arbitro somalo Omar Artan –premiato lo scorso anno dalla Caf come migliore in tutta l’Africa – ha parlato per la prima volta dell’ingresso negli Usa che gli è stato negato dai funzionari di frontiera.
“Ho mostrato tutta la documentazione da arbitro”
Il direttore di gara ha raccontato di essere stato interrogato in una piccola stanza per tutta la notte, per circa undici ore, prima di essere portato in una cella di detenzione separata dove è stato trattenuto per diverse ore prima di essere imbarcato su un volo di ritorno per Istanbul, dove si trova attualmente. Artan ha detto di aver mostrato la documentazione della Fifa e le fotografie della sua lunga esperienza internazionale come arbitro professionista, con i funzionari di frontiera che hanno anche controllato il materiale online che descriveva in dettaglio la sua carriera.
Le domande sui gruppi terroristici
Artan – che adesso tornerà a Mogadiscio – è stato interrogato con insistenza sulla situazione politica in Somalia. Molte di queste sono relative al gruppo militante Al Shabaab, il gruppo terroristico e militante islamista affiliato ad al-Qaeda che controlla alcune zone della Somalia e che da anni conduce la guerriglia contro il governo del Paese.
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