dalla svolta del 23 giugno al tripudio

ASCOLI Lottare nella tempesta sognando l’arcobaleno. È probabilmente questo il pensiero che ha accompagnato Berardino Passeri quando, il 23 giugno dello scorso anno, decise di rilevare l’Ascoli Calcio. Perché se è vero che le sfide nella vita servono a capire chi si è davvero, l’imprenditore dalle radici picene – con la mamma originaria di Montegallo – ha scelto di mettersi alla prova nel momento più difficile.
Le origini
«Voglio ringraziare mia madre, mi ha riportato nel Piceno e ho trovato un popolo fantastico- dice Passeri ancora commosso -. Quando sono arrivato ad Ascoli mi hanno chiesto dignità e dall’unione del ds Patti e di mio figlio Andrea è stato partorito Tomei». Poi confida un segreto: « A gennaio ho pensato che c’è la potevamo fare, ci credevo. Non abbiamo vinto il campionato per caso perché la squadra più forte siamo noi. Tomei resterà: «Tomei ormai ha preso la cittadinanza. Ne parleremo più avanti, non avremo nessun problema a rinnovare». Al suo arrivo Passeri ha trovato sullo sfondo, una situazione economica fragile e un clima generale di sfiducia. In quel contesto, la figura di Massimo Pulcinelli aveva incarnato un modo di essere presidente tanto passionale quanto divisivo: sempre sotto i riflettori, pronto a intervenire con dichiarazioni taglienti, spesso rivolte anche ai tifosi. E intanto, come spesso accade nel calcio delle categorie inferiori, non mancavano gli avventurieri pronti a inserirsi nelle crepe societarie. Su questo, però, Pulcinelli ha tenuto il punto: meglio affidare il Picchio a una figura fidata, già dentro la compagine societaria, come Passeri, piuttosto che cedere alle pressioni di altri pretendenti. Una scelta azzeccata. Da quel 23 giugno è iniziato un nuovo corso. Due stili opposti, quasi speculari. Da una parte l’esuberanza di Pulcinelli, dall’altra la discrezione di Passeri. Schivo, riflessivo, incline al dialogo, il nuovo presidente ha scelto inizialmente una comunicazione misurata, fatta di “dispacci” (meglio in futuro evitarli con quel nome: a qualcuno nel Ventennio non portò fortuna) e silenzi studiati. Una strategia che poteva sembrare anacronistica, ma che col tempo si è rivelata intelligente: capire quando parlare e, soprattutto, quando lasciare spazio agli altri. Perché i veri protagonisti, alla fine, sono stati loro: la squadra, lo staff, un gruppo capace di costruire qualcosa di straordinario lontano dai clamori. Passeri ha guidato a fari spenti, senza proclami, ma pronto ad accendere gli abbaglianti nei momenti cruciali. E quando il suo Ascoli è stato penalizzato da vicende controverse – come quelle legate al caos Ternana – non ha esitato a farsi sentire con fermezza.
Il legame con i tifosi
Con i tifosi, nel frattempo, si è creato un legame autentico. Dallo scetticismo iniziale si è passati a una fiducia crescente, fino a una vera e propria osannazione. La promozione, arrivata al termine di una stagione intensa e sorprendente, è il coronamento di un sogno costruito in appena un anno. Un risultato tutt’altro che scontato, soprattutto se si pensa a società ben più attrezzate economicamente che hanno fallito l’obiettivo, come Catania, Brescia e Salernitana. Ora è tempo di festeggiare, di godersi il traguardo raggiunto. Ma per Berardino Passeri questo non è un punto di arrivo. È solo l’inizio. Il primo passo di un lungo cammino che si preannuncia tortuoso, impegnativo, ma carico di nuove opportunità. Perché, in fondo, chi ha imparato a lottare nella tempesta sa già dove guardare: verso quell’arcobaleno che da ieri sera è diventato una splendida realtà.




