Società

Educazione sessuo-affettiva: consenso, esperti e attività alternative a costo zero. Ecco cosa cambia

Si fa presto a dire «consenso informato», ma nella pratica da settembre cosa cambia?

La nuova legge appena approvata al Senato prevede anzitutto che per la partecipazione degli studenti alle attività che riguardano temi attinenti alla sessualità le scuole debbano chiedere l’autorizzazione «informata, preventiva e scritta» dei genitori o dei ragazzi stessi, se maggiorenni. Questo permesso dovrà arrivare almeno sette giorni prima delle lezioni. E come si farà? «Lo chiederemo attraverso il registro elettronico, ce la faremo con sensibilità, intelligenza e resilienza», prova a prevedere la preside del liceo Mamiani di Roma, Tiziana Sallusti, che da anni già porta avanti nelle classi progetti di educazione sessuo-affettiva.

Per dare il loro via libera, però, ai genitori non basterà sapere che il corso si farà; dovranno visionare il«materiale didattico che si intende utilizzare», conoscere «le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti, i temi e le modalità di svolgimento» delle attività, nonché nomi e curriculum di eventuali «esperti esterni, rappresentanti di enti o di associazioni coinvolti», si legge nella norma.

Questi documenti dovrebbero essere messi a disposizione delle famiglie con un mesetto d’anticipo rispetto agli incontri. «Bisogna sapere però che le metodologie dell’educazione sessuo-affettiva — spiega Monica Pasquino di Educare alle differenze, rete che lavora con i docenti e nelle classi per decostruire stereotipi e contrastare discriminazioni — non sono frontali, non hanno solo contenuti trasmessi attraverso materiale esplicito come le slide. Si realizzano invece attraverso il gioco, il dibattito, le domande, la condivisione di esperienze che possono prendere direzioni inattese proprio perché non si vuole indottrinare nessuno. Difficile distribuire opuscoli perché non ci sono contenuti pre-formati e ogni classe è diversa: coesa, conflittuale, aperta, chiusa».

Comunque sia i progetti che chi verrà coinvolto nei laboratori dovrà passare, come sempre accade, al vaglio del Collegio docenti e del Consiglio d’istituto. «Nulla di nuovo — conferma Sallusti — Anche oggi attività e associazioni, prima di entrare nel Piano dell’offerta formativa, vengono approvati dai due organi collegiali, il secondo dei quali, tra l’altro, è presieduto da un genitore». Saranno loro «a valutare titoli e esperienza professionale scientifica e accademica». per selezionare chi potrà insegnare. «Medici, psicologi, professionisti seri», spiega Valditara.

E i ragazzi e le ragazze che non avranno l’ok dei genitori? Per loro le scuole dovranno garantire attività alternative alla presenza di un docente. Come accade già per la religione cattolica. «Dovremo rimboccarci le maniche», dicono i presidi, «e immaginare spazi e impegni». Celeste Costantino, vicepresidente della Fondazione Una, nessuna, centomila, che propone laboratori nelle scuole, è perplessa: «Con l’allarmismo diffuso e la poca informazione, nel momento in cui verranno presentati nuovi progetti, di fronte alla mancanza dell’unanimità, verranno sacrificati a favore di attività “più facili”. Nessun dirigente o insegnante si prenderà la responsabilità di trovare un’attività alternativa». È già accaduto quest’anno in una scuola a Roma che nella confusione ha anticipato il consenso informato: a un paio di studenti i genitori hanno negato il consenso e loro sono rimasti fuori dall’aula.

Un ultimo punto della legge proibisce espressamente qualsiasi attività legata alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie: un vero e proprio divieto che colpisce una fascia d’età in cui, secondo Differenza donna, è fondamentale «intervenire perché è lì che si costruiscono le prime relazioni, si stabiliscono i confini personali, si sviluppa il rapporto con il proprio corpo». Per la Fondazione Cecchettin, nata in memoria di Giulia, vittima di femminicidio, «rendere questi percorsi più difficili e burocratizzati rischia di allontanarci da ciò che serve davvero: investire nella prevenzione».

Soldi? Non ce ne sono. La norma prevede la clausola di invarianza finanziaria. Vale a dire che bisognerà fare con «le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente». E allora come si farà a organizzare i laboratori, i corsi, i seminari sull’affettività o le attività alternative per chi non può seguire le lezioni sul sesso? Come si è fatto finora e cioè grazie a volontari, docenti e strutture delle scuole.


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