Afrika Bambaataa è morto: addio al padre fondatore dell’hip hop
Ci sono artisti che cambiano la musica. Ce ne sono pochissimi che attraverso la musica riescono a cambiare la cultura influenzando in modo estremamente significativo il tempo e il mondo in cui vivono.
Afrika Bambaataa apparteneva certamente a questa seconda categoria. Anche se la sua vita negli ultimi anni è stata attraversata da ombre personali che hanno in qualche modo inaridito la sua straordinaria capacità di influenza con la sua musica decine di gruppi e di artisti. Un aspetto che va al di là della biografia e che certo non può essere ignorato.
Chi era Afrika Bambaataa
Registrato il 17 aprile 1957 all’anagrafe come Lance Taylor nel South Bronx di New York, cresciuto nelle Bronx River Houses — uno dei complessi di edilizia popolare più poveri e violenti della città — aveva trasformato il proprio quartiere, le proprie esperienze e persino la propria gang in qualcosa che nessuno avrebbe immaginato possibile: un movimento globale che oggi conta miliardi di seguaci.
“Quando si parla di Afrika Bambaataa, Kool Herc e Grandmaster Flash, si parla in realtà dei padri fondatori della nostra intera cultura”, disse il rapper Fat Joe all’Associated Press nel 2023 durante un omaggio al musicista che all’epoca era già malato.
Non è un’esagerazione. È una delle poche descrizioni accurate di quello che Bambaataa ha rappresentato per la musica del ventesimo e ventunesimo secolo.
La notizia della sua scomparsa è stata confermata dal suo manager Naf con un comunicato: “A nome di tutta la comunità hip hop, sono devastato nel comunicare che abbiamo perso mio fratello, la mia leggenda. Era più di un uomo. Era un movimento. Il padre di una intera cultura. Una luce che ha guidato milioni di persone in tutto il mondo diffondendo Pace, Unità, Amore e Divertimento.”
Dal Bronx in fiamme ai block party
Il Bronx degli anni Settanta non era semplicemente un quartiere difficile. Era una zona di guerra urbana. I proprietari degli appartamenti bruciavano intenzionalmente i propri edifici per incassare le assicurazioni piuttosto che investire nelle riparazioni. Le famiglie nere e portoricane vivevano senza prospettive, senza sicurezza, senza via d’uscita.
Le gang erano l’unica forma di protezione disponibile, e il giovane Lance Taylor lo sapeva bene: entrato nei Black Spades — una delle gang più potenti del Bronx — era diventato rapidamente uno dei suoi leader, conquistando un rango di comando che avrebbe potuto portarlo verso un destino già scritto.
La genesi di un leader
Due cose lo salvarono da coltellate e agguati. La prima fu la musica: la collezione di dischi di sua madre, eclettica e sconfinata, lo aveva esposto sin da bambino a soul, funk, rock, musica latina, jazz. Bambaataa aveva un orecchio assoluto per ciò che muoveva le persone. Ma la seconda a salvargli la pelle fu un viaggio. Dopo aver vinto un concorso scolastico, partì per l’Africa — un’esperienza che lo scosse profondamente. Al ritorno, guardò il film Zulu, sull’epica resistenza della nazione Zulu contro l’esercito britannico nel 1879. E qualcosa si mosse definitivamente dentro di lui.
Nel 1973, a soli sedici anni, prese la decisione più importante della sua vita: usare la propria influenza sulle gang non per alimentare la violenza, ma per fermarla. Fondò la Bronx River Organisation — che diventerà poi la Universal Zulu Nation — adottando il motto che avrebbe definito l’intera filosofia hip hop: “Pace, unità, amore e divertimento.” Scelse il nome Afrika Bambaataa in onore di Bambatha kaMancinza, un capo Zulu del diciannovesimo secolo considerato precursore del movimento anti-apartheid.
Quel suono che cambiò tutto: Planet Rock
Dal 1976 in poi, Bambaataa cominciò a organizzare block party nei centri comunitari del Bronx. Portava i dischi di sua madre, mixava generi che nessuno aveva mai pensato di mescolare — funk, soul, rock tedesco, musica caraibica — e creava qualcosa di completamente nuovo. Era uno dei primi DJ a usare il Roland TR-808, la drum machine che avrebbe definito il suono dell’hip hop per i decenni successivi. La gente arrivava in posti distrutti e senza prospettive e ballava. Le armi restavano fuori. I conflitti anche.
Ma il momento che lo rese leggendario arrivò nel 1982. Insieme al produttore Arthur Baker e al tastierista John Robie, creò Planet Rock — un brano che prendeva il giro sintetizzatore di Trans-Europe Express dei Kraftwerk, lo fondeva con un beat elettronico e i vocalizzi degli Soulsonic Force, e produceva qualcosa che non esisteva prima. Era electro-funk, era hip hop, era qualcosa di radicalmente nuovo. Planet Rock arrivò al numero quattro nelle classifiche R&B americane e diventò un successo nei club di tutto il mondo, Europa inclusa. Per la prima volta, l’hip hop parlava alla musica bianca europea e questa gli rispondeva.
L’aneddoto che meglio descrive la portata di Planet Rock: quando i Kraftwerk sentirono il brano per la prima volta, rimasti inizialmente sorpresi dall’utilizzo non autorizzato della loro melodia, riconobbero poi pubblicamente che Bambaataa aveva creato qualcosa di più grande degli originali. Il campionamento non era furto — era trasformazione. Era esattamente ciò che l’hip hop avrebbe continuato a fare per i successivi quarant’anni. E dissero… “È esattamente quel tipo di contaminazione che vorremmo nascesse dalla nostra musica…”
Le collaborazioni impossibili
Ciò che distingueva AfriKa Bambaataa dagli altri pionieri era la sua ossessione per le frontiere — e per attraversarle. Mentre la maggior parte degli artisti hip hop lavorava all’interno di una comunità musicale relativamente chiusa, lui cercava attivamente artisti che non avrebbe mai dovuto incontrare.
Nel 1984 collaborò con James Brown — il Padrino del Soul — nel brano Unity, uno dei primi incontri ufficiali tra due generazioni di musica nera americana. Nello stesso anno registrò World Destruction con John Lydon, ovvero Johnny Rotten, il fondatore e la voce dei Sex Pistols: un esperimento di fusion rap-rock che anticipò di anni ciò che Run-DMC con gli Aerosmith e i Beastie Boys avrebbero reso mainstream. Con il progetto Time Zone unì mondi che sembravano inconciliabili, e dimostrò che la musica non aveva confini se qualcuno aveva il coraggio di ignorarli.

Afrika Bambaataa, da Lydon agli UB40
Nel 1988 partecipò alla campagna Stop the Violence Movement, contribuendo al singolo Self Destruction insieme a numerosi altri artisti hip hop — un brano che vendette abbastanza da raccogliere 400.000 dollari per la National Urban League. Bambaataa aveva capito prima di quasi chiunque altro che la musica poteva essere strumento di cambiamento sociale, non solo di intrattenimento. Il suo brano Reckless insieme agli UB40 – gruppo reggae di Birmingham – fu un successo mondiale di portata gigantesca anche nel nostro paese.
Nel 1991, mentre la sua popolarità calava con l’avanzata della house e del rap commerciale, pubblicò The Decade of Darkness 1990-2000 — un disco che guardava alla techno e alla musica da ballo europea, dimostrando ancora una volta una capacità di adattamento fuori dal comune. La sua collezione personale di oltre 30.000 dischi, cd e cassette fu acquisita nel 2013 dall’Università di Cornell come parte permanente della Cornell Hip Hop Collection.
La Universal Zulu Nation e l’ombra finale
Per oltre quattro decenni, Bambaataa guidò la Universal Zulu Nation, che da organizzazione di quartiere era diventata un’istituzione internazionale con capitoli in decine di Paesi. Il braccio di sicurezza dell’organizzazione, i Zulu Warriors, forniva protezione nei concerti di artisti come Jay-Z, Nas, Busta Rhymes e Lauryn Hill. Il movimento aveva ispirato e incubato alcune delle voci più importanti dell’hip hop degli anni Novanta — De La Soul, A Tribe Called Quest, i Jungle Brothers erano tutti legati alla rete della Zulu Nation.
Ma nel 2016 tutto cambiò. L’attivista Ronald Savage accusò pubblicamente Bambaataa di averlo molestato nel 1980, quando Savage aveva quindici anni. Nelle settimane successive altri uomini fecero accuse simili. La Universal Zulu Nation si dissociò dal suo fondatore e chiese scusa pubblicamente alle vittime. Bambaataa negò sempre le accuse, ma nel 2025 perse una causa civile per abusi sessuali e traffico di persone dopo essersi rifiutato di comparire in tribunale.
È un capitolo che non può essere ignorato nella valutazione della sua figura. La musica che ha creato è reale. Il danno che ha causato, secondo le accuse e la sentenza civile, è altrettanto reale. Sono due verità che coesistono senza cancellarsi a vicenda.
L’eredità di Afrika Bambaataa
Il manager Mick Benzo, amico di una vita, ha scritto sui social nelle ore dopo la morte: “Due giorni fa ho parlato con Afrika Bambaataa e l’ho trovato di buon umore. Poi si è addormentato in pace e non si è più svegliato. È scomparso un architetto pionieristico, un ambasciatore globale della cultura hip hop.”
Hip hop come cultura — non come genere musicale, non come fenomeno commerciale, ma come cultura: con i suoi quattro elementi fondanti (djing, breaking, rap, graffiti), con la sua filosofia di pace e unità, con la sua capacità di trasformare la violenza in creatività. Questo è ciò che Bambaataa ha costruito, e questo è ciò che rimane, indipendentemente da tutto il resto.
Aveva 68 anni. Si è spento non come aveva vissuto, appesantito da accuse che negli ultimi anni avevano profondamente lasciato il segno ponendolo nell’ombra degli ultimi anni, lontano dai riflettori e in silenzio. La musica non andrà via.
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