Rinnovabili in Umbria: nuovo ricorso del Governo su aree non idonee. De Luca: «Assurdo e senza precedenti»


Nuova impugnazione da parte del Governo e si riaccende il confronto tra Regione Umbria e Palazzo Chigi sulla disciplina delle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili. Al centro dello scontro resta la legge regionale sulla transizione energetica e la tutela del paesaggio, già oggetto di un primo ricorso alla Corte costituzionale.
L’ultimo passaggio arriva con la decisione del Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale n. 4 del 7 aprile 2026, che aveva aggiornato la normativa umbra del 2025 per adeguarla al nuovo quadro nazionale definito dal decreto legislativo 190 del 2024 e agli esiti del confronto istituzionale con il Governo. Secondo l’esecutivo nazionale, alcune disposizioni sarebbero in contrasto con i principi costituzionali in materia di organizzazione amministrativa e riparto delle competenze.
Il punto più controverso riguarda la definizione delle aree non idonee, contenuta nell’articolo 88 della legge regionale. Per il Governo, la previsione regionale rischierebbe di incidere in modo eccessivo sul procedimento autorizzativo degli impianti, mentre per la Regione rappresenta uno strumento di pianificazione territoriale.
«È assurdo impugnare due volte la stessa legge al solo scopo di permettere mega-impianti industriali ovunque, anche davanti alla Basilica di Assisi o sul Monte Ingino», afferma l’assessore regionale all’ambiente e all’energia Thomas De Luca, che parla di una scelta «senza precedenti» e di un conflitto istituzionale ormai strutturale.
Secondo De Luca, la Regione avrebbe operato «in tempi record» per adeguare la normativa al mutato quadro nazionale, nel rispetto di un principio di collaborazione istituzionale che però non avrebbe trovato riscontro da parte del Governo. L’assessore parla di un tentativo di «scardinare la pianificazione territoriale» e di una linea che rischierebbe di lasciare l’Umbria «senza regole».
La posizione regionale è stata già espressa nei mesi scorsi, quando l’Assemblea legislativa aveva approvato le modifiche alla legge 7 del 2025 per recepire le novità del decreto legislativo 190 del 2024. In quella fase, la Regione aveva chiarito che la disciplina delle aree idonee non introduceva divieti assoluti, ma criteri di valutazione più stringenti per indirizzare la localizzazione degli impianti.
«Siamo rimasti fermi sulle aree non idonee», aveva spiegato De Luca, sottolineando la volontà di evitare quella che la Regione definisce una possibile «assenza di pianificazione» e una crescita disordinata degli impianti sul territorio.
Nel nuovo ricorso, il Governo contesta in particolare la presunta violazione degli articoli 97 e 117 della Costituzione, con riferimento al principio di imparzialità dell’azione amministrativa e alla competenza legislativa statale in materia energetica. Una lettura che la Regione respinge, ribadendo che la pianificazione non equivale a un divieto preventivo. «Significa esercitare il diritto-dovere di pianificazione per evitare che le aziende perdano tempo e denaro investendo in contesti ad alto rischio di diniego. È un atto di trasparenza verso i proponenti e di tutela verso i cittadini umbri. Sostenere che la pianificazione territoriale violi l’imparzialità è un attacco frontale all’autonomia delle Regioni», spiega ancora De Luca.
Nel frattempo, l’impianto complessivo della normativa regionale si inserisce in un quadro più ampio di interventi già adottati da Palazzo Donini sulla governance delle rinnovabili. Tra questi, la partecipazione della Regione ai procedimenti di valutazione di impatto ambientale relativi ai progetti di interesse nazionale.
La giunta regionale difende la linea della «transizione energetica governata dai territori», con particolare attenzione allo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili e all’autoconsumo diffuso, in alternativa a grandi impianti ritenuti incompatibili con alcune aree sensibili.
«Non permetteremo che la retorica della difesa della patria si traduca nella cessione pezzo per pezzo del territorio a logiche esclusivamente di profitto», conclude De Luca, annunciando che la Regione è pronta a portare il caso davanti alla Corte costituzionale.
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