Corgnati: “Scelta necessaria, così siamo meno dipendenti”
ROMA – Dobbiamo metterci in testa una cosa. Entrare in casa e accendere la luce non è scontato. Per questo dobbiamo ragionare su come renderci autonomi e stabili: si tratta di un bene imprescindibile per la vita di tutti noi. Da questa condizione deriverà poi anche un prezzo più basso, che sarà uno degli effetti della scelta, non la causa». Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, è professore di Fisica Tecnica Ambientale e dottore di ricerca in Energetica.
Rettore, per essere sicuri di accendere la luce è necessario il ritorno al nucleare?
«Con le tecnologie attuali, vista la mancanza di materie prime, per rendersi autonomi, il nucleare è uno degli elementi necessari del mix. Attenzione, però, le rinnovabili devono avere un ruolo centrale. Sono l’ossatura. Ma accanto a fonti come l’eolico o il solare, è necessaria una copertura per garantire continuità. Questa è la funzione del nucleare. Come le obbligazioni in un portafoglio di investimenti…».
Sarebbe?
«Accanto alla quota in azioni, che dà rendimenti ma è più rischiosa, non deve mancare quella obbligazionaria che dà sicurezza».


Quali sono i tempi per passare dalle parole ai fatti?
«I tempi tecnologici sono veloci. L’innovazione corre rispetto all’evoluzione normativa. E la transizione energetica ha bisogno di importanti investimenti infrastrutturali. Per questo il quadro delle regole va definito. Così si riuscirà a partire con il nuovo piano energetico e a poter sfruttare il nuovo mix. L’arco temporale è tra i cinque e i dieci anni».
C’è però un tema di sicurezza…
«Da piemontese dico che a 150 chilometri da me ci sono le centrali nucleari francesi. Non è lontano e il sistema francese funziona bene e dà lavoro a tanti laureati del Poli di Torino. Poi dagli anni ‘80 molto è cambiato…».
Cosa?
«Non è solo una questione di tecnologia, quella dei mini-reattori. Nella sensoristica si sono fatti passi avanti importanti e siamo nell’era della IA: la manutenzione è predittiva e i problemi si anticipano. Lo vedo anche in aula: i giovani hanno una visione più laica, lasciano da parte l’aspetto emotivo e si concentrano su quello razionale».
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