Orrore a Roma, segregata e costretta a spacciare crack per pagare i debiti della droga
Un incubo durato mesi, fatto di prigionia, brutali pestaggi e minacce di morte a mano armata, sullo sfondo della piaga del crack che continua a devastare la provincia romana.
Una donna di 30 anni, residente a Monte Compatri, è stata trasformata in una vera e propria schiava della droga: sequestrata dai suoi stessi fornitori, picchiata e costretta a spacciare nelle piazze di spaccio dell’hinterland per saldare i debiti contratti per l’acquisto delle dosi.
Il velo su questa drammatica storia di violenza e sottomissione è stato sollevato dall’indagine lampo condotta dai Carabinieri della Compagnia di Frascati e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Roma.
Gli elementi raccolti dai militari hanno spinto la magistratura a emettere tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti indagati, accusati a vario titolo di sequestro di persona a scopo di estorsione, spaccio e porto abusivo di armi.
Dalla trappola del debito alle celle improvvisate in periferia
Secondo quanto ricostruito millimetricamente dagli inquirenti, la spirale di violenza è scattata quando la trentenne non è più riuscita a pagare i quantitativi di crack da cui era dipendente.
A capo del gruppo di aguzzini ci sarebbe una donna di 40 anni, domiciliata a Monte Porzio Catone, che per recuperare il denaro ha messo in piedi un sistema di feroci intimidazioni.
Le pressioni verbali sono presto degenerate in una vera e propria prigionia coatta. La vittima è stata prelevata con la forza in più occasioni e rinchiusa in diverse abitazioni dislocate tra la borgata di Finocchio, alla periferia est di Roma, e il territorio di Palestrina.
Questi appartamenti venivano trasformati in celle improvvisate dove la donna veniva sistematicamente picchiata e terrorizzata con un revolver calibro 38 puntato alla testa.
Durante i periodi di segregazione, per guadagnarsi la libertà e scalare il debito, la trentenne veniva costretta a lavorare per conto del gruppo, presidiando i turni dello spaccio al dettaglio.
Un dettaglio ancora più inquietante emerso dalle indagini rivela che alcuni dei covi utilizzati per la detenzione erano nella disponibilità di pregiudicati già sottoposti agli arresti domiciliari per altri reati.

La fuga disperata e l’arresto della fornitrice con il revolver
La fine dell’incubo è scattata nell’estate del 2025 grazie a un colpo di coda della vittima. Il 26 luglio, approfittando di un momento di distrazione dei suoi carcerieri, la trentenne è riuscita a sfuggire al controllo e a scappare in strada, chiedendo aiuto ai passanti e facendo scattare l’allarme al 112.
Tre giorni dopo, il 29 luglio, i Carabinieri hanno intercettato e bloccato a Monte Porzio Catone la presunta mente del sequestro, la quarantenne fornitrice di crack, mentre tentava di far perdere le proprie tracce e allontanarsi dall’area dei Castelli Romani.
Nel corso delle perquisizioni, i militari hanno rinvenuto e sequestrato proprio la pistola calibro 38 usata per le torture psicologiche all’interno delle case-prigione.
Con il trasferimento in carcere dei tre aguzzini si chiude una delle pagine di cronaca più buie del quadrante sud della provincia.
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