Fed, per non alzare i tassi Warsh punta ad addolcire l’inflazione

MILANO – Se la febbre è troppo alta, si può sempre provare a cambiare il termometro. E se la febbre è quella dei prezzi, l’inflazione, basta scegliere l’indicatore giusto: togliere dal conto ciò che si considera “rumore di fondo”, e il quadro diventa subito meno allarmante.
È questo il dilemma che Kevin Warsh si trova davanti al suo esordio come presidente della Federal Reserve. Tra due settimane la banca centrale Usa dovrà decidere sui tassi di interesse: gli indici più utilizzati dicono che l’inflazione sta risalendo e rendono difficile immaginare tagli. La misura che Warsh ha già detto di voler privilegiare, le “trimmed averages”, traducibile come “medie spuntate”, dice invece che i prezzi stanno rallentando e che una nuova stretta monetaria non è obbligata.
Le medie spuntate funzionano così: si prendono le variazioni dei prezzi delle singole voci del paniere in base a cui si calcola l’inflazione, si mettono in fila dalla più bassa alla più alta, poi si tagliano gli estremi, cioè i rincari più violenti e i ribassi più anomali. Infine, si calcola la media di ciò che resta.
È un metodo più sofisticato dell’indice “core”, quello che punta al sodo ed esclude sempre alimentari ed energia perché soggetti a maggiori oscillazioni. Qui, invece, non si eliminano categorie fisse, ma ciò che in quel momento appare soggetto a oscillazioni estreme. Un’operazione che in condizioni normali serve appunto a capire meglio l’andamento dei prezzi nel medio periodo perché difficilmente ampi rialzi o ribassi si ripetono mese dopo mese sullo stesso bene.
La versione più citata delle medie spuntate è quella della Fed di Dallas, che per aprile segna un’inflazione al 2,3%, peraltro in discesa dal 2,4% di marzo, contro il 3,8% del Pce — l’indicatore dei prezzi finora più seguito dalla banca centrale – complessivo e il 3,3% del Pce “core”, entrambi in aumento. Una distanza troppo ampia per essere trattata solo come un dettaglio statistico.
Il problema è che le medie spuntate usate dalla Fed di Dallas si basano su una certa regolarità storica: di solito le voci del paniere che scendono di prezzo, o salgono pochissimo, sono più numerose di quelle che corrono molto. Così, a Dallas si “tagliano” del 24% gli estremi al ribasso e del 31% quelli al rialzo. Ma oggi la geometria si è rovesciata: i beni che aumentano molto sono diventati più numerosi di quelli che calano di prezzo, soprattutto per l’effetto dei dazi introdotti da Donald Trump, che hanno spinto verso l’alto molti prodotti industriali e importati.
Così le forbici che “spuntano” i dati continuano a tagliare soprattutto la parte alta, proprio mentre lì si sta concentrando una quota crescente dell’inflazione. E la “trimmed inflation” rischia di diventare una scorciatoia che porta su un percorso sbagliato.
Già nelle sue audizioni al Congresso, Warsh ha difeso le medie spuntate come strumento per distinguere l’inflazione di fondo dai movimenti temporanei. Ma spingere adesso per la loro adozione esporrebbe la Fed all’accusa di piegarsi alla pressione di Trump, in modo da evitare il più possibile un rialzo dei tassi.
Su questo sfondo si inserisce anche l’intervento di Jerome Powell. Domenica, senza nominare Trump, l’ex presidente della Fed ha detto che la banca centrale è sottoposta a uno “stress test”, che le decisioni non possono essere piegate alle convenienze di partiti o amministrazioni, e che rimuovere funzionari per divergenze di politica monetaria colpirebbe la credibilità dell’istituzione. Cambiare i medici, oltre che i termometri – è il messaggio – rischia di far davvero male al paziente.
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