Cultura

Francesco, a quale storia appartieni?

Credit: Gorupdebesanez, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

La storia, quella vera, è stata scritta anche da uomini e donne comuni che hanno scelto di non restare in silenzio. Da persone che, quando la violenza e il sopruso erano l’unica regola e la paura l’unico rifugio, hanno trovato il coraggio di opporsi a un regime razzista, criminale e disumano. Se noi stessi ci vantiamo di appartenere a quella storia; se la nostra Costituzione, tanto celebrata e continuamente difesa con il voto, con la partecipazione e con la vigilanza democratica, nasce da quella stessa lotta e da quella stessa storia; se decine e decine di canzoni hanno raccontato quella memoria, quella storia e quei valori, allora, viene spontaneo porsi una domanda: perché oggi dovremmo smettere di parlare? Perché dovremmo sterilizzare il pensiero, anestetizzare il dibattito, spegnere il dissenso?

Se incontrassi, oggi, Francesco De Gregori, gli chiederei proprio questo: a quale storia appartieni? Perché dalle sue parole sembra emergere una visione molto diversa da quella che ha ispirato alcune delle sue canzoni più importanti. Una visione che sembra volerci convincere che, in fondo, siamo tutti uguali: vittime e carnefici, oppressi e oppressori, resistenti e persecutori. Tutti mossi dagli stessi istinti bestiali, tutti colpevoli allo stesso modo, tutti così irrimediabilmente corrotti da rendere inutile qualsiasi tentativo di distinguere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, la libertà dall’oppressione. E allora tanto vale chiudersi in casa quando cala la sera. Non discutere. Non esporsi. Non prendere posizione.

Ciò che trovo davvero imbarazzante non è soltanto questo invito a un silenzio colpevole — lo stesso silenzio che continua a gravare sulla mattanza dei palestinesi nella Striscia di Gaza o sulle politiche xenofobe portate avanti dal governo Netanyahu — ma il fatto che venga pronunciato proprio da chi scrisse “La storia”. Perché “La storia” non era una canzone che invitava a tacere. Non era una canzone che suggeriva di accettare, passivamente, le verità ufficiali. Era, al contrario, una canzone che ci ricordava come dietro le grandi narrazioni del potere esistano sempre esseri umani in carne e ossa, e come sia necessario interrogarsi continuamente su ciò che ci viene raccontato.

Ma, forse, De Gregori ritiene che si debba parlare soltanto del passato e non del presente. Del resto è molto più semplice criticare i morti. È facile condannare MussoliniHitler o Stalin. Nessuno rischia nulla nel farlo. Ma noi non viviamo nel passato. Viviamo nel presente. E il presente è attraversato da nuove forme di autoritarismo, da nazionalismi aggressivi, da guerre permanenti, da disuguaglianze crescenti. Il nostro presente ha i volti di Donald Trump, di Vladimir Putin, di Benjamin Netanyahu. Ha i volti di governi troppo spesso pavidi, corrotti, collusi o fanatici. Ha i volti di chi, ogni giorno, tenta di restringere gli spazi della libertà e della democrazia.

E allora perché scandalizzarsi se Bruce Springsteen decide di usare la propria voce? Perché sprecare parole per sostenere che gli artisti dovrebbero astenersi dalla critica e poi criticare proprio chi sceglie di esporsi? Springsteen non ha fatto altro che utilizzare ciò che possiede: il suo carisma, la sua “storia”, le sue canzoni e il suo enorme peso mediatico per denunciare, apertamente, quello che considera un pericolo per i valori fondanti del proprio Paese.

Perché non dovrebbe farlo? Perché Bruce Springsteen non dovrebbe difendere, con forza e senza ambiguità, quei principi di libertà, uguaglianza e democrazia ai quali gli Stati Uniti dichiarano di ispirarsi? E cosa farebbe De Gregori se qualcuno decidesse, domani, di attentare in modo ancora più radicale alla nostra Costituzione? Se qualcuno provasse a riscriverla a proprio vantaggio, piegandola ai propri interessi? Resterebbe in silenzio? Continuerebbe, semplicemente, a cantare le belle canzoni del passato e ad incassare i cachet dei concerti? Oppure userebbe quelle stesse canzoni come strumenti per leggere il presente e contrastare chi tenta di cambiare il mondo in peggio?

Per fortuna la tradizione cantautorale italiana racconta un’altra storia. Una storia fatta di denuncia, di partecipazione, di impegno civile e sociale. Una storia che ha sempre considerato la canzone come uno strumento critico e non come un semplice intrattenimento. È la storia di Giorgio Gaber e Rino Gaetano. Di Francesco Guccini e Lucio Dalla. È la storia che arriva fino a Vasco BrondiBrunori SasDenteDaniele SilvestriGiovanni Truppi. È una storia che passa anche attraverso Morgan, la cui critica alle parole di De Gregori appare, per molti aspetti, giusta e condivisibile. Forse il De Gregori di oggi non sente più il bisogno di combattere. Forse preferisce accomodarsi all’interno di un sistema che, un tempo, osservava con maggiore diffidenza. Forse guarda il mondo da una prospettiva più individualista, egoista e disincantata, distante anni luce da quella che animava l’autore che nel 2002 pubblicò, insieme a Giovanna Marini, “Il Fischio del Vapore”.

Ma forse il vero problema è proprio il presente. L’attualità. I fatti che accadono sotto i nostri occhi. Lo dimostrano anche le recenti dichiarazioni di un altro grande intellettuale italiano, Erri De Luca. Le sue parole sul genocidio palestinese e sul sionismo appaiono scollegate dalla realtà, incapaci di confrontarsi con la brutalità di ciò che accade quotidianamente. Un tentativo, peraltro poco convincente, di difendere ciò che appare sempre più difficile difendere: l’indifendibile. E allora viene spontaneo domandarsi perché. Per paura? Per interesse? Per convenienza? Per comodità?

Forse non esiste una sola risposta. Esiste però una certezza. Gli artisti non sono chiamati a custodire il silenzio. Sono chiamati a disturbare il silenzio. Per questo scegliamo di chiudere con il pensiero di Fabrizio De André, che vedeva nei cantanti, negli scrittori e negli artisti gli unici veri anticorpi contro il potere. Contro qualsiasi forma di potere. Quello politico. Quello economico. Quello religioso. Quello militare. Quello mediatico. Perché quando il potere smette di essere interrogato, criticato e messo in discussione, la democrazia comincia a spegnersi. E quando anche gli artisti scelgono il silenzio, il rumore del conformismo diventa assordante.


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