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il significato nascosto dietro al titolo e come finisce il thriller diretto da Dario Argento


Nel film La Sindrome di Stendhal, diretto da Dario Argento, la protagonista, Asia Argento, è una poliziotta che, dopo aver sviluppato un grave disturbo della personalità, si perde del tutto fino ad arrivare a commettere delle azioni folle.

Anna Manni (Asia Argento) è una giovane poliziotta romana che si reca a Firenze, alla Galleria degli Uffizi, per seguire le tracce di un maniaco stupratore. Ma mentre sta osservando le opere d’arte, è colta da inspiegabili allucinazioni e sviene. Per fortuna viene soccorsa da un ragazzo che, però, in realtà, si scopre essere il vero maniaco omicida. Ma attenzione: questo è solo l’inizio della discesa nella follia nel thriller horror La Sindrome di Stendhal.

Di che cosa parla La sindrome di Stendhal: il thriller diretto da Dario Argento e con Asia Argento

Il maniaco, infatti, poco dopo, si introduce nell’albergo dove la detective alloggia e la violenta. Anna si risveglia poi in una macchina dove l’uomo violenta e uccide un’altra donna; riesce però a scappare e viene ritrovata dai suoi colleghi. Su consiglio del suo capo, la donna si reca da uno psichiatra, Cavanna, che le diagnostica la sindrome di Stendhal, una sensibilità morbosa alle opere d’arte, e le consiglia di tornare dalla sua famiglia a Viterbo per riposarsi un po’. Ma anche qui a Viterbo il maniaco, Alfredo, la raggiunge: la cattura e la violenta di nuovo, incatenandola in un letto allestito dentro una grotta. Anna però anche questa volta riesce a liberarsi e, prima di fuggire, lo colpisce e lo getta nel torrente…

La sindrome di Stendhal: spiegazione del finale e significati nascosti del film

Il titolo del film La sindrome di Stendhal non fa solo riferimento ad un reale disturbo psicosomatico che, di fronte alla bellezza e alla maestosità di alcune opere d’arte, provoca perdita di sensi e di contatto con la realtà, ma può essere anche visto come metafora di quello che accade alla protagonista dall’iniziale svenimento in poi. In un certo senso, infatti, la vulnerabilità psicologica di Anna causata dalla sindrome davanti ai quadri è causa-effetto di quello che le accade e compie in seguito ed è il fattore scatenante che permette al maniaco di catturarla la prima volta e condurla verso la discesa nella follia e nella disgregazione della sua identità. Anna ha una mente molto sensibile, aperta e vulnerabile e come viene sopraffatta dalla bellezza dei quadri fino a stare male, non riuscendo a mettere un filtro tra lei e il mondo esterno, allo stesso modo, viene sopraffatta dalla violenza e dal male incarnati dal serial killer, risultando quindi indefesa e debole di fronte all’avanzare del male nella sua testa.

Sul finale del film, infatti, quando vengono commessi altri brutali omicidi che ricalcano lo stile del maniaco che è ormai morto, si scopre la verità: è la stessa Anna a commetterli. Dopo il trauma subito ed essendo già vulnerabile a livello psicologico, è come se la donna avesse permesso al serial killer di entrare dentro di lei, insinuarsi e farle assumere la sua identità malvagia e omicida. Affetta quindi da un grave disturbo di sdoppiamento della personalità, quando Marco, suo collega e fidanzato, scopre tutto, lo uccide come aveva già fatto con gli altri.

Il film, in sintesi, suggerisce come il male sia una malattia contagiosa, capace di insinuarsi anche nelle stesse vittime che, dopo il trauma subito, vengono contaminate nella mente lasciando il posto al male e alla violenza. La mente di Anna, infatti, per riuscire a sopravvivere dopo quello che ha subito, si sgretola in mille pezzi e, per paradosso, assume la personalità del suo aggressore, cercando così inconsciamente di eliminarlo dalla sua stessa persona, anche se alla fine finisce per distruggere se stessa.


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